Tamerlano

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Tamerlano
Ricostruzione facciale forense del volto di Tamerlano
Emiro dell'Impero timuride
In carica1370 - 1405
Incoronazione1370, Balkh
Predecessoretitolo creato
SuccessoreKhalil Sultan
Nome completoTīmūr Barlas
NascitaKesh, 8 o 9 aprile 1336
MorteFarab, 19 febbraio 1405 (68 anni)[1]
Luogo di sepolturaSamarcanda, Mausoleo di Tamerlano
Casa realeTribù dei Barlas
DinastiaTimuridi
PadreAmir Taraghai
MadreTekina Khatun
ConsorteSaray Malik Katun, varie consorti e cortigiane
Figlivedi Discendenza
ReligioneIslam sunnita

Tīmūr Barlas, conosciuto nella storiografia europea come Tamerlano[nota 1] (Kesh, 8 o 9 aprile 1336Farab, 19 febbraio 1405), è stato un condottiero mongolo e primo sovrano dell'impero timuride, da lui fondato e guidato dal 1370 al 1405.Categoria:Condottieri mongoliCategoria:Condottieri del XIV secoloCategoria:Condottieri del XV secoloCategoria:Mongoli del XIV secoloCategoria:Mongoli del XV secoloCategoria:Nati nel 1336Categoria:Morti nel 1405Categoria:Morti il 19 febbraioCategoria:Nati a ShahrisabzCategoria:BioBotCategoria:Voci con template Bio e nazionalità assente su Wikidata

Affascinato dalle imprese di Gengis Khan, di cui sperava di ripercorrere le orme nonostante non ne fosse un diretto discendente e provenisse da una famiglia aristocratica di medio-basso lignaggio, Tamerlano seppe imporsi eliminando rivali politici sin dalla gioventù, per poi affermarsi, dal 1370 in avanti, come grande emiro di Samarcanda. Da quell'occasione, ebbe modo di dimostrare nel giro di un trentennio la sua supremazia militare e l'innegabile capacità di stratega in varie località dell'Asia centrale, in Persia, nel Caucaso, in India, in Anatolia e in parte nel Vicino Oriente. La sua politica di assimilazione di nuovi territori non si rivelò priva di ostacoli, tanto che alcune regioni geografiche non tollerarono mai la sua signoria e lo spinsero ad applicare una strategia del terrore e della distruzione che lo accompagnò per tutta la vita. Furono inoltre molti i nemici che tentarono più volte di minare la sua autorità, alcuni dei quali riuscì a piegare definitivamente con notevoli difficoltà. L'impero arrivò a estendersi dall'Anatolia alle rive del Gange, ma la scomparsa del suo fondatore, avvenuta mentre marciava contro la ricca Cina, provocò un'irreversibile crisi che sgretolò lentamente l'impero timuride nel corso del XV secolo.

Sollecitato dalle numerose mogli, abbellì la capitale Samarcanda e nel corso della sua vita conobbe e coltivò fruttuosi rapporti con diversi intellettuali contemporanei, alcuni religiosi sunniti e sciiti di spicco e ambasciatori provenienti dall'Europa. La biografia di Tamerlano è nota in maniera abbastanza dettagliata grazie a varie opere quasi coeve che hanno permesso di ricostruirla, foriere di numerosi spunti in ambito culturale e storiografico.

Contesto storico

L'Asia nel 1335

Nel XIV secolo la Transoxiana, una regione storica oggi compresa nei confini dell'Uzbekistan, del Tagikistan e del Kazakistan sud-occidentale, faceva parte del Khanato Chagatai. Quest'ultimo era uno dei quattro macro-Stati formatisi a seguito della dissoluzione dell'Impero mongolo amministrati dagli eredi di Gengis Khan. Gli altri tre erano il Gran Khanato, retto dalla dinastia mongola Yuan e comprensivo della Mongolia e della Cina, l'Orda d'Oro a Occidente, che inglobava alcuni territori situati nella Russia europea, in Ucraina e nel Kazakistan (in certi periodi a sua volta divisa in Orda Bianca a est e Orda Blu a ovest, benché delle frontiere nitide siano difficilissime da tracciare), e infine l'Ilkhanato, che si estendeva in Persia e in Mesopotamia.[2] Intorno alla metà del XIV secolo, il khanato Chagatai appariva inoltre frammentato in due regioni: quella orientale comprendeva il Moghulistan, ovvero la sezione più orientale del Kazakistan, il Kirghizistan e lo Xinjiang, mentre quella occidentale si componeva di vari khanati retti da sovrani nominali di discendenza gengiskhanide e da emiri che governavano in loro nome.[2]

L'Asia Centrale del Trecento era abitata da comunità turche e mongole che convivevano in maniera pacifica e che avevano dei forti scambi inter-culturali, come dimostra il fatto che i secondi avevano aderito anch'essi all'islam. A questo processo di assimilazione non sfuggiva la tribù a cui apparteneva Tamerlano.[3]

Biografia

Origini

I presunti legami sussistiti a livello genealogico tra Tamerlano (Timur) e Gengis Khan. Tumbinai Khan costituirebbe la potenziale connessione principale

Secondo alcune fonti persiane, Tamerlano[nota 1] nacque il giorno 8[3][4][5] o 9 aprile 1336[6] nell'antica Kesh, oggi conosciuta come Shahrisabz (la città verde, 50 km circa a sud di Samarcanda) e situata in Transoxiana, nell'odierno Uzbekistan.[nota 2][3][4] La tribù (ulus) a cui era legato, quella dei Barlas, si componeva di mongoli turchizzati e si era stanziata in quella regione a seguito della conquista mongola del Kara Khitay.[7] A sua volta, la comunità di cui faceva parte era da considerarsi assimilabile ai Qaraʾuna, termine che indicava gli abitanti della Transoxiana, più tardi detti anche "mezzosangue" perché nati da padri mongoli e da donne turche o indo-iraniche e distinti dai mongoli "puri", localizzati in territori più orientali.[7][8] Tamerlano era figlio di Amir Taraghai, capo dell'ulus dei Barlas e che secondo alcuni testi medievali sarebbe disceso da Qarachar, contemporaneo di Genghis Khan e membro del suo corpo imperiale.[7] In generale, benché varie genealogie realizzate da autori più o meno vicini ad ambienti timuridi si sarebbero sforzate di tessere legami fantasiosi, risulta maggiormente probabile credere che le origini di Tamerlano non fossero così illustri e che fossero state accuratamente celate da lui stesso.[9]

Il padre di Tamerlano, il cui nome significa in mongolo "allodola" (trattasi di una reminiscenza onomastica legata all'antico culto sciamanico), si era convertito in un momento imprecisato alla religione islamica sunnita, che fu poi anche quella di Tamerlano e dei membri del suo clan.[10] Meno precise sono le notizie relative alla madre, la quale era certamente di stirpe mongola come il padre, ma di origine umile.[11] Secondo gli studiosi moderni, il peso assunto dalla famiglia di Tamerlano nella politica della Transoxiana non doveva essere assai rilevante.[12] È probabile che essa appartenesse alla piccola-media nobiltà e che possedesse alcune terre nei dintorni di Kesh.[5]

Poco è noto sui primi anni di età di Tamerlano. Sulla base delle sue memorie, ritenute di dubbia affidabilità storiografica,[13] egli fu in gioventù «guardia delle mandrie di proprietà collettiva della tribù».[8] Tra le poche altre informazioni disponibili e degne di credito si può ipotizzare che frequentasse molto il padre, il quale faceva parte di una confraternita sufi e aveva forse stretto dei contatti con qualche gruppo derviscio.[8]

Ascesa

Tamerlano iniziò la carriera militare all'età di sedici anni, quando l'emiro Khazgan, di fatto il vero sovrano della Transoxiana, gli affidò il comando di un nugolo di cavalieri.[14] Dopo la morte di questi e l'anarchia che ne seguì, la regione fu attaccata nel 1360 dal khan mongolo del Chagatai orientale (Turkestan), Tughluk Timur, il quale intendeva estendere il suo dominio dal Moghulistan alla regione occidentale del Turkestan, compresa la Transoxiana.[15] Mentre la maggior parte dei nobili transoxiani fuggì verso le regioni montuose del sud-est, il giovane Tamerlano decise di restare e fu perciò ricompensato dai khan mongoli, divenendone il fiduciario nella Transoxiana.[15] Gli fu così assegnata l'amministrazione di Kesh, sua città natale, e degli immediati dintorni.[16]

Nel 1363, Tughluk Timur assegnò la Transoxiana a suo figlio Ilyas Khoja, con Tamerlano a lui subordinato.[16] La spietatezza con cui i mongoli governarono la regione fece sì che l'aristocrazia turca insorgesse, in particolare Amīr Ḥusayn dei Qara'una, sovrano di Balkh, Kunduz e Kabul, e Tamerlano stesso.[16] Estenuati dal loro regime, i ribelli eseguirono diverse razzie contro i mongoli di Ilyas Khoja, durante una delle quali Tamerlano riportò forse una ferita alla gamba che lo rese zoppo in modo permanente.[nota 3][17] Ilyas Khoja fu infine respinto da Kesh e decise di fuggire, ma tentò nuovamente di ripartire per il Moghulistan nel 1364, allo scopo di rivendicare il potere.[18] Tamerlano e il suo alleato Ḥusayn non riuscirono a sottometterlo nella battaglia di Tashkent del 1365, circostanza che consentì a Ilyas Khoja di giungere in Transoxiana e di spingersi fino alle porte di Samarcanda.[18] Tuttavia, i suoi abitanti gli negarono l'ingresso e, quando si verificò un'epidemia tra le file dell'esercito di Ilyas Khoja, questi scelse di revocare l'assedio, abbandonando nuovamente la Transoxiana.[19]

Quando Ilyas Khoja morì assassinato nel 1368, gran parte della famiglia del khan era stata anch'essa trucidata, con il risultato che sulla scena politica rimanevano principalmente Tamerlano e suo cognato Amīr Ḥusayn, diventati parenti per vincoli matrimoniali.[19] I due si erano spartiti la gestione della Transoxiana: Ḥusayn preservò il dominio su Balkh, Kunduz, Kabul e acquisì anche Khulm, mentre Tamerlano si insediò stabilmente a Kesh e a Karshi, a poca distanza da Samarcanda.[19] Ambizioso com'era e dopo un periodo di convivenza pacifica, Tamerlano si concentrò presto sulla necessità di liberarsi del suo alleato, poiché desiderava ritagliarsi una propria autonomia.[20][21] La posizione di vantaggio appariva quella di Ḥusayn, rispettato per la sua maggiore anzianità e molto facoltoso,[19] ma ciò non intimorì il giovane Tamerlano, fattosi portavoce di quei nobili che si sentivano vessati per via dell'introduzione di leggi fiscali più oppressive, dell'allontanamento di parecchi oppositori politici e dell'incameramento dei loro beni.[17] È probabile comunque che anche Tamerlano non fosse esente da colpe, avendo infatti riscosso alcuni tributi che non spettavano a lui ma a Ḥusayn; per contrastare la sua spregiudicatezza, Tamerlano fu minacciato dal suo rivale e preferì così cercare rifugio nell'oasi di Merv.[17][22]

Tamerlano intento a officiare un'udienza a seguito della sua ascesa avvenuta nel 1370. Illustrazione tratta dallo Ẓafarnāma (1424-1428), edizione del 1467

Ḥusayn prevalse in una prima fase combattuta nel 1368, ma la sua politica accentratrice fu avvertita come una minaccia dai nobili della Transoxiana e, ben presto, si trovò privo di alleati.[23] Ciò permise a Tamerlano, nell'aprile del 1370, di attaccare la roccaforte del suo avversario, Balkh.[24] Ḥusayn finì assassinato mentre tentava la fuga, malgrado forse non per iniziativa di Tamerlano; secondo fonti timuridi, si trattò di una vendetta divina «per punire la sua avarizia».[24][25] Quest'ultimo si affrettò dunque a raggiungere il 10 aprile Samarcanda convocando un kuriltai, ovvero un consiglio che riunì l'intera aristocrazia turco-mongola.[26][27] In quell'occasione, Tamerlano elevò Samarcanda al rango di capitale (paytakht), ben conoscendo il ruolo della città come crocevia tra mondo greco e persiano; già storicamente parte dell'impero di Alessandro Magno, essa fungeva da snodo commerciale di rilievo lungo la via della seta.[28][29] Tuttavia, l'evento di gran lunga più importante verificatosi in quella data fu la nomina di Tamerlano al ruolo di "Grande" emiro, con cui volle de facto sottolineare le pretese di supremazia su tutti gli emiri della Transoxiana.[nota 4][28][30][31] Gli storici individuano in questo evento storico, avvenuto quando Tamerlano aveva trentaquattro anni, la genesi dell'impero timuride.[30][31] Dopo aver già prima sposato la sorella di Amīr Ḥusayn, la sua posizione di dominio sulla regione dall'Asia centrale fu consolidata dal matrimonio con la giovane principessa Bibi Khanūm (nata Saray Malik Khanum), appartenente alla discendenza di Gengis Khan.[28] Tamerlano assunse il nome di Tīmūr Gūrkānī (in persiano تيمور گوركانى, dove Gūrkān è la forma persianizzata dell'originale mongolo küregen - in turco küregen -, ovvero genero [imperiale], cioè genero della famiglia di Gengis Khan).[28][32] Di ciò si gloriò moltissimo, poiché da esso riteneva di trarre o di rafforzare la legittimazione gengiskhanide, sua massima ambizione.[33] Egli seppe sfruttare la sovranità nominale dei khan gengiskhanidi da lui stesso posti sul trono a suo comodo, operando al contempo un'abile condotta politica-diplomatica e compiendo brillanti campagne militari.[28] Nonostante avesse trascorso diverso tempo nella capitale in varie fasi della sua vita, non dimenticò la tradizione mongola del nomadismo (yasak) e sostò spesso in accampamenti, talvolta a Kish, sua città natale.[nota 5][34] La sua ascesa fu in seguito formalizzata da una serie di istituzioni statali e militari, come ad esempio la carica dei tuvājī (comandanti militari) o il dīvān (la cancelleria) che legittimò il suo governo e gli consentì di amministrare meglio il suo Stato.[34] Allo stesso modo della maggioranza delle dinastie nomadi, non bisogna immaginare una chiara distinzione tra affari civili e bellici, dovendosi infatti ricordare che spesso i compiti nell'una o nell'altra sfera di competenza finivano per sovrapporsi.[35]

La lotta per la Corasmia

Urgench, sul fiume Amu Darya, subì l'assedio di Tamerlano nel 1379. Dopo averla sottomessa, l'emiro trucidò i suoi abitanti

Cristallizzata ormai la sua posizione in Transoxiana, Tamerlano necessitava di un migliore controllo sulla regione di Herat, in cui era di recente morto il malik.[28] Consapevole del peso che ancora avevano i gruppi turco-mongoli, Tamerlano non si impegnò in una campagna militare e preferì favorire la nomina di un nuovo governatore, Soyurgatmish, dall'«alto lignaggio mongolo» e nella sostanza un fantoccio nelle mani di Tamerlano.[36] La gestione si rivelerà così oculata che Maḥmūd, il figlio di Soyurgatmish subentrato alla morte del padre nel 1384, svolgerà le funzioni di generale nell'esercito di Tamerlano.[37]

Ad Amīr Ḥusayn era frattanto succeduto suo fratello Yūsuf Ṣūfī nel 1371, il quale aveva accettato di sottomettersi a Tamerlano ricevendo in cambio delle terre nei dintorni di Khiva, in Corasmia.[38] Tuttavia, presto Yūsuf Ṣūfī si ribellò e, nel febbraio/marzo 1373, Tamerlano si diresse verso la Corasmia per imporre la sua autorità con la forza.[38][39] Quando apprese che Tamerlano stava avanzando verso di lui, Yūsuf Ṣūfī si allarmò e accettò di intavolare quanto prima delle trattative per giungere alla pace.[40] Nel frattempo, Tamerlano dovette preoccuparsi di un altro antagonista che lo impegnò in varie operazioni belliche nella parte nord-orientale dell'impero, ovvero in Moghulistan e in Corasmia.[41] Si trattava di Qamar al-Dīn, che nel 1366 usurpò il titolo di khan e si rivelò un personaggio piuttosto «coriaceo» e imprevedibile.[42][43] Benché Tamerlano intendesse estrometterlo in fretta, Qamar al-Dīn fu bravo a stringere con frequenza dei contatti con ognuno dei principali rivali del grande emiro, resistendo alle aggressioni timuridi senza impegnarsi in insostenibili battaglie campali.[39][44]

L'insolita clemenza di Tamerlano dimostrata verso i signori che insorsero contro di lui spronò loro stessi e gli abitanti delle terre di confine in Corasmia a generare scompiglio nel 1375.[45] Sedati gli animi, nella primavera del 1376 l'emiro di Samarcanda si convinse a scatenare una terza spedizione in Corasmia alla caccia di Qamar al-Dīn.[46] Ancora una volta non a suo agio nella posizione di subordinato, Yūsuf Ṣūfī provò ad approfittare della caccia all'uomo che Tamerlano stava compiendo ad est e devastò la Transoxiana in varie aree, raggiungendo quasi Samarcanda.[38][47] Tamerlano riuscì a scongiurare la minaccia, ma la sua autorità appariva minata dalle numerose sommosse che erano scoppiate. Mentre sembrava arrendersi all'idea di non poter catturare Qamar al-Dīn, suo figlio Jahangir Mirza morì per via di un'epidemia di peste, circostanza la quale lo gettò in un profondo stato di dolore e costernazione.[48] Superata la fase del lutto, pare Tamerlano si fece meno scrupoli a compiere violenze per reprimere le proteste divampate contro di lui.[49] Le lotte contro Qamar al-Dīn continuarono a trascinarsi a lungo senza risultati concreti e provocando numerose vittime.[50]

Sempre nel 1376, si presentò alla corte di Tamerlano un nobile di nome Toktamish proveniente dall'Orda Bianca, il quale domandava aiuto contro Uros, in quel frangente il khan al potere.[51] Poiché l'Orda Bianca, grosso modo compresa nell'odierno Kazakistan, era un bersaglio abbordabile, Tamerlano accettò di buon grado di fornire ausilio. Messosi in moto nel 1376-1377 verso ovest, eseguì una piccola deviazione per combattere anche contro il già citato Yūsuf Ṣūfī, che non aveva mai smesso di costituire una minaccia.[51] A seguito di una serie di eventi confusi, grazie al supporto dell'esercito di Tamerlano, Toktamish riuscì a imporsi anche sull'Orda Blu, situata nell'odierna Russia europea, e riunificò quindi quel khanato occidentale che prima era noto con il nome di Orda d'Oro.[52] Nel distruttivo assedio di Mosca del 1382 voluto da Toktamish per punire i principati russi insorti contro i tartaro-mongoli, alcune fonti locali testimoniano la presenza di Tamerlano.[53] Gli storici moderni hanno giudicato discutibile questa testimonianza (e a maggior ragione gli aneddoti leggendari che sarebbero avvenuti in quel contesto), sostenendo che gli scritti persiani non la suffragano e che al massimo egli avesse partecipato a uno scontro nella regione.[54]

Nel frattempo qualche anno prima, nel 1379, Tamerlano aveva eseguito un'ennesima spedizione in Corasmia. L'emiro si era spinto alla testa di un folto esercito alle porte dell'agglomerato principale della regione, Urgench, situata nel moderno Turkmenistan.[55] Nonostante si fosse tentato di ricorrere a soluzioni diplomatiche, Yūsuf Ṣūfī, padrone della regione, fece prigionieri gli ambasciatori inviati da Tamerlano e dovette patire un assedio durato tre mesi, di cui però Yūsuf non vide la fine perché morì prima colpito da una malattia.[38] Quando Urgench cedette, Tamerlano trucidò l'intera popolazione e ne deportò in massa gli artigiani a Kish, concludendo così la quarta campagna in Corasmia.[38][56]

Verso il Khorasan

La marcia di Tamerlano in direzione del Khorasan

Tamerlano rivolse il suo sguardo verso la Persia solo dopo che la questione della Corasmia poté dirsi risolta. All'epoca, quel territorio era assai frammentato a causa della morte dell'ultimo sovrano dell'Ilkhanato, Abū Saʿīd, nel 1335.[57] Il suo regno era stato infatti suddiviso in un mosaico di potentati amministrati da Muzaffaridi, Kartidi, Eretnidi, Chubanidi, Injuidi, Jalayiridi e Sarbadar.[58] Entro i suoi confini, l'Ilkhanato accorpava delle regioni comprese nei moderni Iran, Afghanistan, Iraq e Azerbaigian, oltre alla Corasmia e alle città di Urgench e Khiva già conquistate da Tamerlano. In siffatte condizioni, Herat aveva finito per assumere una valenza strategica enorme, trattandosi della capitale della dinastia kartide e della «porta della Persia» orientale.[59] Constatato l'avvicinamento delle truppe ostili, il signore locale, definito dispregiativamente dalle fonti timuridi malik, sollecitò i suoi abitanti a combattere, ma essendosi rifugiato nella cittadella il suo appello fu poco ascoltato.[60] Partirono così i negoziati, terminati con la resa del malik e l'accettazione delle condizioni imposte da Tamerlano.[60] Prezioso si rivelò in fase di trattative il contributo di un nobile locale di nome Iskandar-i Shaykhi, che suggerì la resa dell'insediamento e, come ricompensa, fu poi integrato nell'esercito di Tamerlano.[60] Herat cedette dunque grazie al ricorso alla diplomazia, ma pur avendone risparmiato gli abitanti, l'emiro volle comunque deportarne alcuni e nominò il governante locale quale suo sottoposto.[61] Fu solo nel 1383 che, in assenza di un qualche signore vassallo, Herat venne definitivamente assorbita ai domini timuridi.[62]

L'obiettivo successivo coincise con il Khorasan, diviso dalla Corasmia da un'area desertica.[58] Nel 1381 Tamerlano seppe inserirsi nelle lotte intestine che lì imperversavano e assoggettò alcuni territori nella regione.[63] L'espansione continuò infatti ai danni della cosiddetta "repubblica" locale dei Sarbadār ("pendagli da forca"), che si sviluppava nel Bayhaq.[64] Avendo già dimostrato simpatie nei loro confronti quando era in lotta con Amīr Ḥusayn,[17] i Sarbadār decisero di dichiararsi vassalli di Tamerlano pacificamente. Il grande emiro intuì che Khwāja ʿAlī, alla guida di quella regione e incontrato da Tamerlano personalmente, era un personaggio politico molto astuto e con cui conveniva avere dei rapporti distesi.[65] Figlio del murshid Sadr al-Dīn Mūsā e personalità sciita di grande importanza, Khwāja ʿAlī avrebbe avuto una certa influenza su Tamerlano e questi ne apprezzò «il valore e il suo parlare franco».[nota 6][65]

Quando fece ritorno a Samarcanda nell'inverno del 1381, le popolazioni di alcune città del Sistan insorsero, sobillate da signori locali che non tolleravano l'autorità dell'emiro. Nel 1383 Tamerlano ritornò a sud e punì con estrema crudeltà i ribelli, come testimoniano le fonti coeve.[63] Visitando quella regione nel Novecento, lo storico René Grousset ha affermato che, nonostante fossero trascorsi diversi secoli, la sensazione di desolazione generata dalle rigide repressioni timuridi si poteva ancora avvertire.[63] Dal Sistan Tamerlano decise di spingersi verso Kandahar nel 1383 e, successivamente, nel Mazandaran, sul Mar Caspio, dipinta come una terra dalle grandi ricchezze.[66] Il signore locale, Amīr Valī, seppe sfruttare appieno le caratteristiche del suo territorio e fu in grado di causare gravi perdite ai timuridi, ma in seguito Tamerlano si riprese e, nel 1384, assediò Asterabad, principale agglomerato del posto.[66] La repressione fu così atroce che riguardò persino «i bambini in fasce», ma Valī non vi assistette perché fuggì in Azerbaigian e non rappresentò mai più un pericolo.[66] Scongiurato ogni possibile rischio di interfacciare un nuovo nemico nei territori appena acquisiti a settentrione, Tamerlano poté concentrarsi sui suoi successivi obiettivi, il Caucaso orientale e l'Iraq, quest'ultimo meno frammentato della Persia e dominato dai Jalayridi.[66][67]

Il triennio in Persia del nord e Caucaso e la guerra con i kipčaki

La triennale campagna di Tamerlano tra Iran e regioni confinanti

Avendo percepito le fragilità interne della Persia durante la campagna nel Khorasan, Tamerlano decise di occupare completamente quanto ancora non possedeva nel 1386, anno in cui partì verso ovest dopo aver garantito per un po' la quiete al suo impero.[68][69] Con la giustificazione di proteggere le carovane attaccate in pellegrinaggio a La Mecca, imprigionò ritenendoli responsabili il sovrano del Lorestan (a cavallo tra Iran e Iraq meridionale) e i suoi figli, relegandoli a Samarcanda.[69] Nella quinta campagna in Corasmia del 1388, sottomise nuovamente la grande città di Kunya-Urgench, che si era ribellata su iniziativa della famiglia dei Sufi ancora in vita, e ne trasferì la popolazione a Samarcanda, ordinando la distruzione della città e imponendo, al posto delle vecchie fondamenta, di piantare colture di orzo.[70] Una nuova serie di tumulti anticipò la conquista di Tamerlano di Baghdad e l'arrivo a Tabriz, dove vi trascorse l'estate.[69]

Nei mesi caldi pianificò la sua campagna verso il regno di Georgia, attirando nuove reclute con il pretesto che si trattasse di una guerra mossa da scopi religiosi.[69] Sottomessa Kars, che fu data alle fiamme, Tamerlano agì nell'inverno del 1386 e riuscì non solo a raggiungere la capitale georgiana Tbilisi, ma anche a farne prigioniero il re Bagrat V, che sarebbe stato rilasciato soltanto dopo aver finto una conversione all'Islam.[68][69][71] È possibile che l'emiro di Samarcanda fosse giunto in Georgia non per espugnarla stabilmente, ma per fornire una dimostrazione di forza e depredare la regione.[72] Il suo ingresso in Azerbaigian aveva irritato un vecchio alleato di Tamerlano, Toktamish, che ne temeva la sete di potere. Così, all'inizio del 1387, si convinse a ristabilire la sua supremazia sul territorio conteso e attaccò i timuridi con un esercito di guerrieri kipčaki, ma uno dei figli di Tamerlano, Mīrān Shāh, respinse gli aggressori.[69] In un raro impeto di pietà, l'emiro rilasciò tutti i prigionieri kipčaki e partì alla volta dell'Armenia.[68] Un distaccamento si spinse ancora più a Occidente e raggiunse anche Erzurum, nell'odierna Turchia, arresasi nel giro di un solo giorno.[69] Mīrān Shāh, invece, fu incaricato di colpire le due confederazioni rivali turcomanne degli Ak Koyunlu ("Quelli del Montone bianco") e dei Kara Koyunlu ("Quelli del Montone nero"), sfuggite soltanto dopo aver riparato in alture quasi inaccessibili.[73]

Completata la conquista dell'Armenia con la presa di Van, i cui abitanti furono uccisi venendo gettati dalle scogliere, le armate presero la via di Esfahan e di Shiraz.[74] Quest'ultima acquisizione avvenne pacificamente, in quanto il governatore locale, Muzaffar-i Kashi, aprì le porte ai timuridi e li fece entrare senza combattere.[74] Tuttavia, durante la prima notte in cui l'esercito straniero soggiornò in città esplosero alcuni tafferugli e Tamerlano reagì con veemenza, ordinando il consueto sterminio di tutta la popolazione e cancellando di fatto la presenza di un florido centro dell'epoca (saccheggio di Esfahan).[75] Alcune fonti ricordano le orribili torri di teste ammassate all'interno delle mura a seguito dell'immane strage della popolazione (circa 70 000 morti), una delle più sanguinose della storia.[74] Catturata Esfahan, Tamerlano avanzò in direzione di Shiraz nel 1387, dove il principe muzaffaride locale era fuggito.[76] Gli abitanti furono talmente terrorizzati dalla prospettiva di subire repressioni che si arresero spontaneamente, lasciandogli stabilire per alcuni mesi una corte.[70]

La campagna di Tamerlano in terra kipčaka

Fu allora che seppe dell'avvicinamento delle truppe di Toktamish al territorio timuride e dell'insurrezione provocata dalla famiglia Sufi in Corasmia con l'appoggio dell'Orda d'Oro.[70] I disordini favorirono l'avanzata di Toktamish fino al cuore della Transoxiana, evento che costrinse Tamerlano a ritornare quanto prima nella capitale.[77] Toktamish fu intercettato e respinto a ridosso di Tashkent, dopodiché venne inseguito nella regione abitata dai kipčaki.[78] La marcia dell'esercito timuride procedette fino alla Siberia, nelle foreste dell'estremo nord dove «l'alba sorge subito dopo il tramonto del sole».[79] Qui l'esercito di Toktamish, composto da un irrealistico (secondo gli studiosi moderni) totale di 200 000 uomini,[80] fu circondato a nord della sponda destra del Volga nella regione di Samara, venendo quindi sbaragliato nella battaglia del fiume Kondurča del 1391.[81] Ancora una volta Toktamish riuscì a sfuggire, disperdendosi con i superstiti negli spazi sterminati delle steppe e delle foreste siberiane.[81] In compenso, lasciò al nemico un ingente bottino e alcuni carri maneggevoli ritenuti particolarmente innovativi all'epoca.[81] Tamerlano tornò quindi a Samarcanda nell'ottobre del 1391, dove convocò un nuovo grande kuriltai e assegnò i territori rientranti nel vecchio impero ghaznavide a suo nipote diciassette Pīr Muḥammad.[82] Tra la primavera e l'autunno del 1390 attaccò il Tien Shan e poi il Turkestan cinese (odierno Xinjiang), seguendo la via della seta fino a Turfan.[83] Quando incontrò il khan locale Khizr Khoja, da poco convertitosi all'Islam, ne sposò la figlia e gli garantì l'ascesa al trono del Moghulistan al posto di Qamar al-Dīn.[83] Intorno al 1390, costui era scampato a un'ennesima campagna comandata da Tamerlano, ma stavolta aveva deciso di dileguarsi nell'impenetrabile catena dei monti Altaj, dove fece perdere ogni traccia e sparì dalla scena politica.[83] A seguito di questi eventi, l'emiro pianificò i preparativi per la sua futura campagna quinquennale persiana del 1392-1396.[76]

Campagna quinquennale in Persia

La campagna di cinque anni di Tamerlano

Durante la lotta contro i kipčaki, le città soggiogate da Tamerlano in Persia approfittarono dell'assenza del signore della guerra e scatenarono delle sommosse.[84] Il principale sostenitore di queste spinte secessioniste fu il muzaffaride Shāh Manṣūr, che tentò di coalizzare le sue forze mentre Tamerlano venne costretto a riposare per via di una malattia contratta nel 1392.[84] Fu solo verso la fine dell'anno che l'emiro di Samarcanda si riprese e raggiunse il Mazandaran, spingendosi poi lungo le coste meridionali del mar Caspio.[84] Nel 1393, arrivò in Lorestan, sopprimendo i tentativi di rivolta con una nuova ondata di violenze e terrore.[84] Fu in quel frangente che Shāh Manṣūr venne ucciso davanti alla porte di Shiraz dal nipote di Tamerlano, Shah Rukh.[84]

All'indomani della riconquista del Mazandaran e del Fārs, avvenuta con la ripresa di Esfahan e di Hamadan nel mese di giugno, Tamerlano procedette in direzione di Baghdad nell'agosto del 1393.[85] L'avanzata fu piuttosto celere, se si considera che le armate percorsero, tormentate dal caldo dell'estate, più di 500 chilometri in meno di quindici giorni.[86] Nell'odierna capitale irachena il sultano Ahmad Jalayir, ultimo esponente dei Jalayridi, indirizzò alla controparte doni preziosi, ma Tamerlano si preparò comunque a colpire la città sospettando una potenziale strategia temporeggiatrice del suo nemico.[84] Baghdad aprì le porte all'esercito timuride e non combatté, poiché Ahmad Jalayir preferì fuggire verso Il Cairo, nel Sultanato mamelucco di Barquq, in cerca di asilo.[85][87] Assicuratosi l'odierna capitale irachena e trascorsi tre mesi, Tamerlano procedette verso nord, ovvero nel Kurdistan. In questo frangente, all'inizio del 1394, il suo secondogenito Umar Shaikh morì colpito da una freccia scagliata da una roccaforte curda.[85] Mesi dopo Tamerlano si fece strada tra Mardin e Diyarbakır, raggiungendo alla fine dell'anno 1394 Aladağ, a nord del lago di Van e a ridosso della Georgia.[85] Tamerlano si recò nella regione del Caucaso quando seppe che una coalizione a lui contraria capeggiata da Toktamish, khan dell'Orda d'Oro, stava pianificando di attaccare i timuridi.[88] Il rivale di Tamerlano si era infatti mosso molto in campo diplomatico mentre l'emiro di Samarcanda agiva in Persia, stringendo contatti con il gran principe di Mosca Basilio, con il sovrano di Polonia e Lituania Ladislao II Jagellone e con il sultano mamelucco d'Egitto.[88] Così, dopo aver attraversato la catena innevata del Caucaso, Tamerlano ingaggiò battaglia contro Toktamish nell'aprile del 1395 sul fiume Terek surclassandolo, senza però riuscire a farlo prigioniero.[88][89]

Desideroso di infliggere una dura lezione al suo avversario, Tamerlano avanzò in pieno territorio dell'Orda d'Oro, spingendosi fino ai pressi di Kiev e riducendo in schiavitù gli abitanti del fondaco genovese di Tana, sul Mar Nero, oltre a distruggere chiese e monasteri.[88] Sulla strada del ritorno imperversò nuovamente in Circassia e Georgia e, nell'inverno del 1395-1396 attaccò Astrachan', a nord del Caspio, e poi la metropoli e capitale dell'Orda d'Oro Saraj, rasa al suolo senza trovare una seria resistenza.[88][90] Al posto di Toktamish, Tamerlano secondo il suo costume nominò come governatori due suoi generali: Timur Qutlugh (discendente di Gengis Khan, investito formalmente del titolo di khan dell'Orda), e l'emiro (ministro o visir) Edigu, che mostrarono sempre il proprio sostegno a Tamerlano in maniera timida.[91] Ciò segnò il tramonto della potenza dell'Orda d'Oro, poiché molte rotte commerciali tra Asia centrale ed Europa cessarono praticamente di essere percorse.[92] La campagna si concluse infine quando, nel luglio del 1396, Tamerlano rientrò a Samarcanda.[93]

Campagna indiana di Tamerlano

La campagna indiana di Tamerlano

Tamerlano trascorse il 1397 nella capitale, impegnandosi ad abbellirla e trascurando le vicende politiche che avvenivano a Occidente del suo impero.[94] Il suo istinto bellicoso si risvegliò nel 1398 e riguardò l'India, il cui centro nevralgico, Delhi, era rinomato per le sue straordinarie ricchezze, allo stesso modo dei suoi dintorni.[94] La potenza del Sultanato di Delhi non andava sottovalutata, considerato il vasto arsenale di cui disponeva (centinaia di elefanti da guerra e pericolose granate incendiarie).[94] Per questa ragione, Tamerlano inviò il suo nipote Pīr Muḥammad alla testa di un piccolo contingente in avanscoperta a Multan, assoggettata nel maggio del 1398.[94]

Adducendo quale pretesto l'eccessiva tolleranza che il sultano musulmano di Delhi mostrava verso i propri sudditi indù, Tamerlano ruppe gli indugi e attraversò l'Indo con un ponte di barche, sbaragliando i Rajput del Sindh interno.[94][95] Durante l'avanzata, continuò a seguire la strada che da Multan portava a Delhi, sbaragliando le roccaforti presidiate dalle truppe e dagli elefanti del sultano tughlaq Maḥmūd Shāh lungo la strada.[96] La battaglia decisiva si svolse sul fiume Jumna, all'altezza di Pānīpat, il 17 dicembre 1398.[97] In precedenza, Tamerlano aveva fatto uccidere nel giro di un'ora i ben 100 000 prigionieri che l'esercito portava con sé e che, a quanto si riferisce, stavano rallentando pesantemente le operazioni.[97] Durante lo scontro, grazie a un efficace stratagemma tattico che intimidì i grossi mammiferi con delle fascine infuocate, Tamerlano prevalse.[97] La conquista del Sultanato di Delhi si rivelò una delle sue più valorose vittorie, poiché era riuscito a compiere un'impresa mancata ad Alessandro Magno e a Gengis Khan.[98]

Una scena raffigurante la battaglia di Tamerlano con il sultano di Delhi Maḥmūd Shah, 1398. Illustrazione di Sharaf al-Din ʿAli Yazdi, (1595-1600)

La città, una delle più ricche di quei tempi, fu presa e atrocemente devastata e saccheggiata durante tre giorni.[99] Malgrado i divieti ufficialmente sanciti, le brutalità proseguirono e quasi tutti i cittadini sopravvissuti all'eccidio furono ridotti in schiavitù.[100][101] Oltre ai massacri, va altresì segnalata la distruzione di idoli induisti compiuta in loco in nome del fanatismo religioso.[102] La città «delle spezie e dei profumi» visse un turbinio di eventi così gravi che essi rimasero impressi nell'immaginario collettivo per diversi secoli a venire.[103] Lasciato Khiżr Khān come suo governatore nel Punjab, Tamerlano salutò probabilmente Delhi nel gennaio del 1399 dopo avervi sostato per quindici giorni.[100] Sulla strada del ritorno saccheggiò alcuni insediamenti alle pendici dell'Himalaya e poi stazionò con il suo esercito nel Kashmir, dove aveva già insediato un sultano suo alleato.[104] Fu soltanto il 29 aprile che venne raggiunta Samarcanda, i cui abitanti lo attesero riservandogli una festosa accoglienza.[105] Un tempo velocissimo nei suoi spostamenti, il suo esercito fu nell'occasione talmente carico di bottino da dover marciare con estrema lentezza. Secondo l'ambasciatore castigliano Ruy González de Clavijo, novantacinque elefanti catturati servirono soltanto per il trasporto di certe pietre con cui Tamerlano intendeva erigere una moschea a Samarcanda.[106] Quest'ultimo edificio, di cui è impossibile ricostruire la forma originale per via dei vari restauri subiti nel corso dei secoli, fu realizzato anche con il contributo di ingegneri deportati dall'India e forse, il progetto fondeva caratteristiche della grande moschea tughluq situata nel Jahānpanāh a Delhi e peculiarità dell'architettura post-mongola.[106]

La campagna dei sette anni in Occidente

La campagna di Tamerlano in terra mamelucca in Anatolia

Alle porte del XV secolo, il potente emiro possedeva un impero che andava dai territori occidentali a sud del Volga e del Caucaso fino ai confini con la Cina, e dal lago d'Aral all'Oceano Indiano fino alla valle del Gange, in India. Nel 1397, ovvero quando Tamerlano tornò a Samarcanda dopo la spedizione quinquennale in Persia e un anno prima che partisse per Delhi, la situazione geopolitica nel Vicino e Medio Oriente era però già mutata.[107] Con l'ausilio del Sultanato mamelucco d'Egitto e dopo aver stretto un'alleanza con i turcomanni della tribù dei Kara Koyunlu, Ahmad Jalayir era riuscito a ritornare in controllo di Baghdad da diverso tempo.[108] I georgiani ne avevano approfittato per ribellarsi e avevano causato innumerevoli scorrerie in territorio timuride su iniziativa del re Giorgio VII.[109] Toktamish, invece, aveva chiesto asilo al re polacco Ladislao II Jagellone e al granduca lituano Vitoldo, meditando una vendetta contro il suo vecchio amico.[107]

Il motivo ufficiale per cui Tamerlano avviò la campagna militare verso ovest riguardò le condotte di suo figlio Mīrān Shāh.[nota 7][110] Dopo essere stato nominato governatore del Khorasan, nel 1396 Mīrān Shāh mise in atto una serie di comportamenti che dimostravano chiaramente il suo intento di acquisire più potere e, addirittura, di spodestare il padre mentre era in India.[111] Nel suo Ẓafarnāma, lo scrittore persiano del XV secolo Sharaf al-Din ʿAli Yazdi sostiene che Mīrān Shāh fosse diventato infermo di mente nel 1399 a seguito di una caduta di cavallo.[112] Da allora ordinò scriteriatamente l'uccisione di oppositori politici, la distruzione di monumenti storici per motivi futili e la profanazione di tombe considerate sacre da alcune confessioni religiose.[108][112]

Per questa ragione, nel settembre del 1399, Tamerlano iniziò una nuova campagna a quasi quattro mesi dopo il suo ritorno dalla terra indiana.[113] Quando Tamerlano raggiunse il Karabakh, venne a conoscenza dell'esito della battaglia del fiume Vorskla dell'agosto del 1399. In quell'occasione Toktamish, assistito dal granduca di Lituania Vitoldo e dai Cavalieri teutonici, fu sbaragliato dagli uomini che lo avevano rimpiazzato e che aveva insediato Tamerlano, ovvero Timur Qutlugh ed Edigu.[114] Da una parte la notizia rassicurò Tamerlano, in quanto accantonava definitivamente ogni nuovo timore che Toktamish potesse ritornare in auge. Dall'altra tuttavia, Edigu si dimostrò subito non disponibile a riconoscere una qualche forma di rapporto di subordinazione nei confronti di Tamerlano.[114] L'emiro di Samarcanda apprese anche altro, in particolare l'ascesa al potere in Egitto di un debole sultano di nome al-Nāṣir Faraj.[114]

Una scena raffigurante la battaglia tra Tamerlano e il sultano mamelucco al-Nāṣir Faraj in Siria. Illustrazione di Kamaladdin Behzad

Radunate altre truppe nel Karabakh, impose nuovamente il suo controllo in Kurdistan e in Georgia.[112] In quest'ultima regione, nel 1400, stavolta Tamerlano non si limitò a saccheggiarla e costrinse il re Giorgio VI a fuggire sulle vette più remote del Caucaso.[115] Entrato nuovamente a Tbilisi, imperversò nelle intere valli localizzate tra la Cartalia e la Cachezia, attaccando il clero e i monumenti cristiani e causando massacri ovunque.[115] In seguito Tamerlano sollecitò il sultano dell'impero ottomano, Bayezid I, a non fornire asilo ai nemici dell'impero timuride, primo fra tutti il vecchio sultano di Baghdad Ahmad Jalayir.[112] Vittorioso in Serbia, in Bulgaria (1394) e contro una coalizione di crociati franco-ungherese a Nicopoli (1396), Bayezid I stava pianificando di espugnare Costantinopoli nel 1394 e nel 1395, tentando di realizzare una manovra di accerchiamento dopo averle già imposto il pagamento di un esoso tributo.[116][117] L'energico sultano ottomano si stava espandendo rapidamente anche verso oriente con le sue campagne anatoliche, la principale delle quali terminò con la conquista di Konya nel 1397-1398.[116] Poiché l'espansione allarmava l'Europa occidentale, in quanto poteva minacciare tutti gli Stati affacciati sul mar Mediterraneo, alcune potenze europee si preoccuparono di stringere canali diplomatici con Tamerlano.[118] Esse iniziarono a pensare che i loro interessi potessero coincidere con quelli della controparte, valutando la prospettiva di contrapporsi congiuntamente all'avanzata turca.[119] Gli europei vedevano in lui molte analogie con i mongoli di un secolo e mezzo prima, che con la distruzione del Califfato abbaside in Iraq e in Siria avevano consentito la sopravvivenza per un altro mezzo secolo degli Stati crociati in Palestina.[120] Una nuova pax mongolica avrebbe inoltre aiutato molto i commerci dei mercanti occidentali.[120] Il coimperatore Giovanni VII Paleologo si accordò con il podestà genovese di Galata per inviare ambasciatori a Tamerlano, proponendogli di versare un tributo a lui in cambio di un'alleanza per sconfiggere i turchi stessi.[120] Un'ambasceria parallela venne condotta anche dal re di Francia Carlo VI tramite alcuni domenicani.[116] L'emiro fu parecchio interessato alle ricche proposte offertegli dagli europei, motivo per cui caldeggiò l'ipotesi di costituire una coalizione anti-ottomana.[121] Tamerlano sperava che, tramite la Repubblica di Venezia e di Genova, avrebbe potuto ottenere quella flotta di cui non disponeva per annientare la potenza ottomana anche nei territori europei.[119] Bayezid, il quale si era impossessato di Erzincan, in Anatolia orientale nell'agosto-settembre del 1400 e aveva rimpiazzato il governatore filo-timuride presente,[122] rispose in maniera sprezzante alle intimazioni di Tamerlano, definendolo in quell'occasione, per la prima volta di cui si ha conoscenza, "Timur-i-lenk", ovvero Timur lo zoppo.[112]

Lo scontro con gli ottomani

La guerra, divenuta a quel punto inevitabile, cominciò con un'offensiva condotta da Tamerlano verso Sivas, Malatya e ʿAinṭāb, subendo a Kayseri un'inaspettata deviazione meridionale contro la Siria, vassalla dell'Egitto.[112][123][124] Quando sia Damasco sia Aleppo cedettero all'inizio del 1401, il sovrano mamelucco Faraj, giunto nella regione per fornire morale alle truppe, ripiegò in tutta fretta in Egitto.[118][124] Ahmad Jalayir era nel frattempo riuscito ad arrivare a Baghdad con il supporto dell'esercito ottomano, motivo per cui Tamerlano prima attaccò Mosul e poi avanzò fino alla moderna capitale irachena.[118] Lì, la ferocia dell'emiro si rivelò senza eguali poiché, dopo aver surclassato i difensori della città, la rase al suolo e pare fece erigere una pila di addirittura 90 000 teschi umani distribuita su 120 colonne.[112][118] Lo scontro principale con il sultano ottomano avvenne nella battaglia di Angora (l'odierna Ankara) del 20 luglio 1402 e fu dalle vaste proporzioni, tanto che le fonti coevi stimano tra le 250 000 e le 500 000 truppe timuridi (alcuni addirittura riferiscono di un milione di soldati); tuttavia, gli studiosi moderni considerano le cifre verosimilmente esagerate.[125][126] I turco-mongoli potevano contare sull'ausilio di alcuni principi turcomanni insorti contro gli ottomani e su un gran numero di elefanti da guerra indiani. Gli avversari, meno numerosi e affiancati da mercenari serbi e vari giannizzeri (realisticamente compresi tra 5 000 e 10 000), non riuscirono a reggere il confronto e riportarono una disastrosa sconfitta.[126][127][128]

Una scena raffigurante la battaglia di Angora. Illustrazione mongola di autore ignoto

La notevole esperienza bellica degli uomini di Tamerlano fece la differenza. Sfruttando la maggiore mobilità della sua cavalleria, Tamerlano precluse agli ottomani l'accesso alle risorse idriche, indispensabili per sostenere con dovizia un esercito molto esteso.[129] Messa in crisi la loro capacità di resilienza, i turchi si convinsero giocoforza ad attaccare, ma finirono per trovarsi accerchiati e massacrati dagli arcieri della cavalleria mongola e dalle scimitarre della cavalleria chagatai di Tamerlano.[129] Il sultano dell'impero ottomano Bayezid I, sebbene eroicamente difeso dal contingente alleato serbo destinato alla sua persona e ai suoi eredi, fu catturato e trascorse gli ultimi mesi della sua vita da prigioniero alla corte di Tamerlano.[128][129] Secondo alcune fonti, morì suicida il 9 aprile del 1403 in cattività, ma esistono alcuni resoconti, intrisi di elementi dalla dubbia veridicità, secondo i quali l'emiro nutrì per il sultano perfino un insolito sentimento di ammirazione e amicizia.[125]

Alla battaglia assistettero anche numerosi ambasciatori inviati dai re cristiani presso Tamerlano per sondarne la potenza e la reale forza militare.[130] L'ineccepibile conduzione strategica di Tamerlano non era passata inosservata, al netto dell'enorme schiera di combattenti impiegati che rischiava di rendere più ardua la gestione. La vittoria sui turchi riuscì nei fatti a ritardare di cinquant'anni la presa di Costantinopoli da parte degli ottomani.[131] Contrariamente a quanto si aspettavano gli europei, l'emiro di Samarcanda decise di proseguire oltre a ovest, assicurandosi tra il 1402 e il 1403 Smirne, difesa dagli Ospitalieri di Rodi, Focea e Chio.[132][133] Nella primavera del 1403, Tamerlano aggredì inoltre Bursa, Nicea e Pergamo, dove rimase incantato a contemplare i resti della civiltà classica, come era accaduto a Baalbek.[121] Le manovre timuridi in Anatolia furono favorite dalla logorante crisi che attanagliava l'impero osmanico (si parla di interregno ottomano) a seguito della sconfitta riportata ad Angora e delle divisioni tra i figli di Bayezid, sfruttate appieno da Tamerlano.[134] Frattanto gli europei erano alquanto indecisi sul da farsi e speravano ancora di costituire un'alleanza con i mongoli. Fu Enrico III di Castiglia colui il quale spedì più ambascerie a Tamerlano, inviando altresì il nobile Ruy González de Clavijo.[132] Questi visitò anche la corte di Tamerlano a Samarcanda nel 1404 e realizzò una serie di appunti ritenuti assai preziosi per la ricostruzione delle vicende relative all'impero timuride.[135]

Convintosi che quello di Costantinopoli fosse un impero ormai alla mercé degli ottomani, da lui peraltro sconfitti, Tamerlano abbandonò ogni proposito di impegnarsi in una conquista in larga scala dell'Europa, ammesso che lo avesse mai avuto.[136] Inoltre, la notizia pervenutagli nel marzo del 1403 della morte del suo amato nipote Muhammad Shah, figlio del suo primogenito Jahangir, rattristò molto il condottiero e sovrano settantenne, che si lasciò andare a una profonda tristezza, circondandosi di dervisci con cui si dice discutesse di teologia,[137] malgrado le sue povere conoscenze sul tema. Così, tra la fine del 1403 e la primavera del 1404, ripartì verso oriente, incaricando suo nipote Abu Bakhr di sedare l'ennesima rivolta scoppiata a Baghdad, che sognava ambiziosamente di riportare al vecchio splendore.[138] Tuttavia, gli studiosi hanno ritenuto tale progetto quanto meno ottimistico, se non addirittura utopistico da eseguire in tempi brevi.[138] Ritornato a Samarcanda nella primavera del 1404, ne approfittò per riprendere le forze e concentrare la sua attenzione verso un altro territorio che lo affascinava profondamente e che destava la sua curiosità, la Cina.[136]

Il miraggio della Cina e la morte

La fortificazione situata presso il passo di Jiayu. Essa fu rafforzata quando si diffuse la notizia che Tamerlano stava pianificando di invadere la Cina

La Cina dell'inizio del XV secolo governata dalla dinastia Ming stava vivendo una parentesi di grande splendore.[139] I Ming avevano soppiantato nel 1368 i mongoli della dinastia Yuan, fondata da Kublai Khan, nipote di Gengis Khan. Il primo imperatore Ming, Hongwu, pretendeva e riceveva tributi dai signori dell'Asia Centrale, considerati eredi del gengiskhanide Kublai sconfitto. Entro certi limiti, Tamerlano aveva accettato le richieste della nuova dinastia cinese, in quanto il suo impero inviò in tre occasioni distinte dei grandi doni all'indirizzo di Pechino (1387 o 1388, 1392 e 1394).[136][139] Tuttavia nel 1404, definendo usurpatori i nuovi sovrani cinesi, non fece più mistero del suo sogno di restaurare nella sua interezza l'impero mongolo, compresa la parte costituita dalla Cina di Kublai. Radunato il suo seguito, si convinse ad attraversare le catene montuose che separavano Samarcanda dalla Cina in pieno inverno. La speranza era quella di attraversare il Syr Darya sul ghiaccio solido, cosa che avvenne il 27 dicembre 1404, per poi raggiungere la destinazione in primavera.[140] Arrivato a Farab, radunò un numeroso esercito, ma al contempo contrasse una malattia, forse una polmonite, che minò la sua già fragile salute da ultrasettantenne.[139] Sentendo avvicinarsi la morte, sperò di poter incontrare un'ultima volta il solo figlio che gli era sopravvissuto, Shah Rukh, ma quest'ultimo si trovava nella lontana Tashkent.[140] Tamerlano aveva poi ricevuto una supplica di Toktamish, che implorava la sua magnanimità; secondo alcuni, pare che l'emiro gli concesse infine il perdono,[140] ma altri autori appaiono di avviso contrario.[141] Pare che, nonostante lo stato di malattia, non avesse mutato le proprie abitudini e che avesse continuato a mangiare e a bere in maniera sconsiderata per un uomo della sua età.[140] Come appariva quasi inevitabile, il 19 febbraio 1405 Tamerlano spirò a Farab, oggi parte del Kazakistan, senza aver mai potuto incontrare suo figlio.[140] Imbalsamato e chiuso in un sarcofago d'ebano, i suoi uomini non raggiunsero la Cina e lo riportarono a Samarcanda, tumulandolo nel mausoleo che aveva fatto erigere per sé e per la sua famiglia, il Gur-e Amir.[142] Assieme a Tamerlano, vennero poi sepolti altri discendenti della famiglia.[143]

I successori di Tamerlano, alcuni dei quali celebri per la loro tutela del mondo culturale, videro l'impero dividersi.[143] Lo Stato timuride iniziò infatti a indebolirsi e scoppiarono presto guerre civili e dispute per il trono, poiché figli e nipoti si contesero il potere nonostante Pīr Muḥammad fosse stato designato come legittimo successore da Tamerlano. La dipartita del grande emiro coincise dunque con il termine dell'apogeo della realtà timuride, che non tornò mai più a rivivere i fasti di una volta.[144] Pīr Muḥammad sopravvisse per un solo anno al nonno e morì nel 1406, quando il trono fu occupato brevemente da Mīrān Shāh.[110] Mentre altri parenti del defunto signore della guerra provarono a imporsi al comando approfittando del clima caotico, Shah Rukh, quarto figlio di Tamerlano, preferì mantenere la sua posizione di governatore nel Khorasan, salvo poi affermarsi definitivamente a Samarcanda nel 1409.[145]

Aspetto fisico e personalità

Tamerlano conduce le sue truppe alla conquista di Baghdad nel 1393 in un ritratto quasi contemporaneo (1435-1436) contenuto nella Zafarnama

È opinione condivisa che il vero motivo delle campagne di Tamerlano fosse la sua insaziabile ambizione imperialistica, la quale lo spinse persino a dire: «Tutte le terre abitate del mondo non sono abbastanza vaste per avere due re».[146] Molto abile nello sfruttare le divisioni degli avversari, costruì il suo impero sulle vittorie militari e su una doppia legittimazione, cioè quella di sovrano mongolo che rivendicava una discendenza più o meno diretta da Genghiz Khan e quella di guerriero islamico difensore della fede (ghazi).[147]

Furono comunque vari i momenti in cui accantonò la bramosia della guerra e dove si trasformò in un personaggio poliedrico, capace, stando alle fonti storiografiche, di intrattenere raffinate e stimolanti conversazioni con svariati uomini di cultura.[148][149] Fu con questo spirito che ad esempio discettò piacevolmente di geografia e di storia con il grande intellettuale maghrebino Ibn Khaldūn, incontrato di persona dall'emiro mentre era giunto in Siria.[123][149] Si deve a lui una fervida descrizione della figura di Tamerlano:

«Il re Timur è tra i re più grandi e potenti. Alcuni gli attribuiscono della scienza, altri lo considerano un rafidita[nota 8] per le sue preferenze sulla discendenza del Profeta, altri ancora lo considerano un mago dedito alla stregoneria. Di fatto non è niente di tutto ciò; è semplicemente un uomo molto intelligente e perspicace, che si presta al dibattito su ciò che conosce così come su ciò che non sa. Ha tra i sessanta e i settant'anni, ha un ginocchio paralizzato perché, come mi ha detto, quando era ragazzo fu colpito da una freccia. Può così camminare per brevi tratti trascinando la gamba. Quando deve percorrere lunghi itinerari degli uomini lo portano a braccia. Gode del favore divino e lo concede a coloro che sceglie tra i suoi servitori.»

Pare inoltre avesse una tempra e una resistenza fisica eccezionali, al punto da poter sfidare a duello individuale i propri avversari a oltre quarant'anni.[151] Ibn ʿArabshāh, autore arabo deportato dai timuridi da Damasco a Samarcanda, ne fornisce il seguente ritratto dopo averlo incontrato in tarda età:

«Tamerlano era grande e robusto. La sua testa era massiccia, la fronte alta, la pelle bianca e sana. Era prestante: aveva larghe spalle, gambe lunghe, mani forti. Era storpio e zoppicava dal piede destro. Portava una lunga barba. Il suo sguardo aveva una luce capace di turbare e la sua voce era forte e penetrante. Pur essendo quasi ottantenne, godeva ancora di tutte le facoltà fisiche intatte. Il suo spirito era restato fermo, il corpo vigoroso, la volontà indomita.»

Forse appassionato del gioco degli scacchi, di cui pare avesse escogitato una variante giocata su una scacchiera 10×11,[125] ha arrovellato da sempre gli esperti il dilemma se fosse stato fin dalla gioventù un uomo colto oppure, viceversa, un illetterato e un analfabeta.[83] Benché sia più ragionevole la seconda opzione in virtù del contesto in cui nacque e visse,[147] godeva di competenze adeguate in campo politico e linguistico.[153] L'emiro, in particolare, si esprimeva probabilmente a una variante del turco, tradizionalmente chiamato turco ciagataico, ma Ibn 'Arabshāh riferisce che conosceva pure il mongolo e il persiano, sia pur non l'arabo.[83] Tuttavia, era il persiano ad essere tenuto in grande considerazione da Tamerlano, in quanto lingua non solo della sua corte, ma anche della sua cancelleria.[35]

L'esumazione

Il mausoleo Gur-e Amir, sede della tomba di Tamerlano e quella di numerosi altri sovrani timuridi

Al di là dei ritratti coevi, i quali sicuramente restano una testimonianza storica preziosa da una prospettiva storiografica, è stata l'esumazione a rivelarsi fondamentale per ricostruire in maniera fedele l'aspetto fisico secondo criteri scientifici. Le spoglie di Tamerlano furono ritrovate nella sua tomba nel mausoleo Gur-e Amir a Samarcanda nel 1941 dall'antropologo sovietico Michail M. Gerasimov, il quale scoprì che - malgrado la statura di un metro e settanta dello scheletro - le caratteristiche facciali si conformavano a fattezze mongoloidi.[154] L'esumazione consentì di accertare che il sovrano defunto era zoppo per una ferita alla gamba destra, oltre ad avere un'affezione cronica al gomito che ne aveva invalidato l'uso del braccio destro.[155] Dal teschio, Gerasimov riuscì anche a ricostruire il verosimile aspetto di Tamerlano.[4]

È diffusissima tradizione che fosse stata scagliata una maledizione contro chi avesse violato la tomba.[156] Secondo alcune narrazioni popolari, l'anatema di Tamerlano si sarebbe innanzitutto abbattuto sul sovrano persiano Nādir Shāh (al potere dal 1736 al 1747) dopo che questi, di ritorno dall'India, avrebbe fatto traslare da Samarcanda la tomba di Tamerlano, scolpita in un unico blocco di giada verde.[nota 9] Si sostiene che i tentativi successivi di aprirne la sepoltura avrebbero provocato una crepa e che una serie di eventi nefasti ne sarebbe conseguita, inducendo Nādir Shāh a ordinare il ritorno del monumento a Samarcanda, ma senza impedire il suo assassinio per mano di alcuni cospiratori.[157]

Secondo un'interpretazione para-storica, anche alla "violazione" per mano sovietica seguirono delle coincidenze. L'apertura avvenne il 21 giugno 1941, e all'indomani, la Germania nazista scatenò l'Operazione Barbarossa, ovvero l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica.[154][158] Viene ritenuta opera della sorte anche la circostanza che, poco dopo la nuova sepoltura dello scheletro di Tamerlano (assieme a quello del nipote Uluğ Bek) secondo il rito musulmano dell'inumazione nel novembre del 1942, ebbe luogo la resa dei nazisti a Stalingrado nel febbraio del 1943.[159]

Religione

Tamerlano era un sunnita praticante, forse appartenente alla scuola dei Naqshbandiyya, che era influente in Transoxiana e, in particolare, a Bukhara.[160] Sulla base di quanto si è a conoscenza, pare che in vita sacrificò l'esecuzione di alcuni dettami religiosi al pragmatismo.[160] Egli dimostrò inoltre delle simpatie per il sufismo, così come palesò una velata ammirazione per lo sciismo sfociata in una pallida tolleranza.[160] Il segnale più evidente di quanto si sta affermando si rintraccia sulla sua lapide realizzata presso il mausoleo di Gur-e Amir a Samarcanda, dove è presente un elaborato albero genealogico, in gran parte inventato, che lo fa risalire ad ʿAlī, il genero di Maometto.[160] Tanto per gli studiosi moderni quanto per i suoi contemporanei, risultava difficile inquadrare il suo credo religioso. Per questo motivo, come hanno affermato Justin Marozzi e Beatrice Manz, Tamerlano sembrò perlopiù agire in maniera camaleontica, ammiccando l'occhio alle diverse interpretazioni dell'Islam a costo di una scarsa coerenza e opportunisticamente privilegiando, in estrema sintesi, «il credo della conquista».[149][161]

Discendenza

Donna in viaggio in un'illustrazione che ritrae Samarcanda o l'Asia centrale del 1400 circa. Essa raffigura forse il matrimonio di Tamerlano con Dilshad Aqa nel 1375

Vi è incertezza sul numero di mogli e concubine che vissero al fianco di Tamerlano, ma è certo che ognuna di queste donne fu anche sua consorte, come era usanza tra i mongoli.[34][162] L'emiro fece infatti di decine di donne le sue mogli e concubine mentre soggiogava le terre dei loro padri o degli ex mariti.[34]

Di seguito viene riportata un elenco delle principali consorti note di Tamerlano:

  • Turmish Agha, madre di Jahangir Mirza, Jahanshah Mirza e Aka Begi;
  • Oljay Turkhan Agha (m. 1357/58), figlia di Amir Mashlah e nipote di Amir Qazaghan;
  • Saray Malik Katun (1367), vedova di Amir Husain e figlia di Qazan Khan;
  • Islam Agha (m. 1367), vedova di Amir Husain e figlia di Amir Bayan Salduz;
  • Ulus Agha (m. 1367), vedova di Amir Husain e figlia di Amir Khizr Yasuri;
  • Dilshād Āghā (m. 1383), figlia di Shams ed-Din e di sua moglie Bujan Āghā;[163]
  • Touman Agha (m. 1377), figlia di Amir Musa e di sua moglie Arzu Mulk Agha, figlia di Amir Bayezid Jalayir;
  • Chulpan Mulk Agha, figlia di Haji Beg di Jetah;
  • Tukal Khanum (m. 1397), figlia del Khan mongolo Khizr Khoja;
  • Tolun Agha, concubina e madre di Umar Shaikh Mirza I;
  • Mengli Agha, concubina e madre di Mīrān Shāh;
  • Toghay Turkhan Agha, signora del Kara Khitai, vedova di Amir Husain e madre di Shah Rukh;
  • Tughdi Bey Agha, figlia di Aq Sufi Qongirat;
  • Sultan Aray Agha, una dama di Nukuz;
  • Malikanshah Agha, una donna Filuni;
  • Khand Malik Agha, madre di Ibrahim Mirza;
  • Sultan Agha, madre di un figlio morto in tenera età.

Figli

Figlie

  • Aka Begi (m. 1382) - da Turmish Agha. Sposata con Muhammad Beg, figlio di Amir Musa Tayichiud;
  • Sultan Bakht Begum (m. 1429/1430) - da Oljay Turkhan Agha. Sposò prima Muhammad Mirke Apardi, sposò in seconde nozze, nel 1389/1390, Sulayman Shah Dughlat;
  • Sa'adat Sultan - da Dilshad Agha
  • Bikijan - da Mengli Agha
  • Qutlugh Sultan Agha - da Toghay Turkhan Agha

Rilevanza storica

Tamerlano banchetta nei giardini di Samarcanda. Illustrazione di Sharaf al-Din ʿAli Yazdi

Tamerlano segnò al tempo stesso il culmine e il declino delle grandi invasioni dei cavalieri nomadi in Asia ed in Europa. Il lascito del "Rinascimento" di Tamerlano comprende alcuni capolavori architettonici a Samarcanda e a Kesh che hanno pochi confronti (si veda a tal proposito architettura timuride). Tamerlano scelse di abbellire e fortificare la capitale al punto di renderla una delle città più splendide dell'Asia, oltre a trasformarla in una città cosmopolita.[28][29][164] Qui il contrasto fra l'immagine del condottiero mongolo distruttore di decine di grandi città e massacratore di centinaia di migliaia di innocenti da un lato, e il sovrano amante della grandiosità, dell'arte e della bellezza dall'altro, non potrebbe essere più stridente.[165] Nella capitale si possono ancora ammirare la piazza centrale (il Registan, le cui madrase sono però successive), la moschea di Bibi Khanūm, la più grande del tempo e dedicata alla moglie, il mausoleo fatto costruire per sé e i propri discendenti (Gur-i-Amir), così come lo stupendo complesso dei santuari della necropoli Shāh-i Zinda ("Il re vivente").[55][165] Sulla probabile spinta delle due mogli, l'emiro ordinò altresì la costruzione di sontuosi giardini e di edifici di vario genere.[55]

Nella sua terra d'origine, oggi la Repubblica dell'Uzbekistan, dopo la proclamazione dell'indipendenza dall'URSS, che era contraria al culto delle nazionalità, Tamerlano (ricordato come Amīr Timur) è oggetto di venerazione come «padre della patria» e considerato il fondatore di uno dei più vasti imperi della storia universale.[166]

Influenza culturale

Si devono a un mercante senese, Beltramo Mignanelli (che fu testimone diretto dell'assedio, della presa e dell'incendio timuride di Damasco nel gennaio del 1401), le prime notizie approdate in Italia su Tamerlano, descritte in un lavoro intitolato Gesta impiissimi viri nomine Thomorlengh del 1416.[167] Le informazioni da lui raccolte circolarono negli ambienti diplomatici e umanistici italiani e contribuirono alla formazione dell'immagine europea di Tamerlano, elaborata anche da autori come Poggio Bracciolini nel De varietate fortunae e forse anche Niccolò Machiavelli ne Il principe.[168] Il mito del sovrano timuride, rinvigorito nel Cinquecento da Paolo Giovio e Nicolao Granucci, si diffuse anche grazie all'erudito spagnolo Pedro Mexía, che lo introdusse nella sua opera enciclopedica.[169]

Vanno anche ricordate le numerose opere teatrali sorte dal Seicento in poi attorno alla figura del conquistatore centro-asiatico. Se tra i primi esempi vanno ricordati il Tamerlano il Grande di Christopher Marlowe (Tamburlaine the Great, 1587, in due parti) e il Tamerlano, o la morte di Beyazit (Tamerlan, ou la Mort de Bajazet, 1676) di Jacques Pradon, altre opere successive portarono alla creazione dei libretti di grandi composizioni liriche, come quelle di Georg Friedrich Händel (Tamerlano, 1724) e di Antonio Vivaldi (Bajazet, 1735).[170] Curiosamente, all'interno della Turandot messa in scena dal drammaturgo Carlo Gozzi, ispiratore della più celebre e omonima opera composta da Giacomo Puccini, il padre del principe ignoto Calaf si chiama proprio Timur.[156] Nel 1827, gli fu dedicato anche un poemetto da Edgar Allan Poe.[171]

Giudizio storiografico

Tamerlano riceve degli inviati durante il suo attacco nella battaglia di Balkh (1370)

Universalmente riconosciuto come genio dell'arte bellica, Tamerlano si dimostrò capace di tenere in pugno un esercito sterminato e composto da cavalieri nomadi provenienti dai quattro angoli dell'Asia (turco-mongoli chagatai, mongoli, tartari, turcomanni, persiani e persino indiani con i loro elefanti), conducendoli di vittoria in vittoria in innumerevoli battaglie.[147] Gli si è riconosciuto inoltre il merito di aver accorpato gran parte della galassia di Stati grandi e piccoli retti da sovrani nominali di discendenza gengiskhanide e da emiri che governavano in loro nome. Egli non mise mai in discussione la legittimità formale della sovranità per i discendenti di Gengis Khan fin quasi al termine della sua vita, quando si propose di invadere la Cina e rinunciò a nominare un nuovo rappresentante gengiskhanide nei suoi domini in Asia centrale e occidentale.[172] La sua travagliata biografia riscosse una curiosità straordinaria sia nelle letterature orientali sia in quelle occidentali, suscitando pareri non uniformi. Le principali cronache storiche orientali che ne descrivono le gesta sono i due Ẓafarnāma (Liber victoriae, «una sorta di Res Gestae Tamerlani)[11] a lui dedicati da Niẓām al-Din ʿAli Shāmi (terminate quando ancora Tamerlano era in vita) e da Sharaf al-Din ʿAli Yazdi (conclusa nel 1421).[173] Accanto a queste fonti va ricordata la cronaca avversa a Tamerlano del già citato Ibn ʿArabshāh, il quale, dopo essere stato forzosamente deportato, si cimentò in un elenco di tutte le nefandezze compiute dal sovrano.[173] Il suo testo fu tradotto in latino ed ebbe vasta diffusione in Occidente, ma un poderoso contributo si deve alla narrazione fornita da Ruy González de Clavijo, ambasciatore castigliano che raggiunse come detto Samarcanda nel 1404. Egli fornì forse una delle più vivide descrizioni di Tamerlano, la cui pubblicazione in Europa favorì molto la diffusione del mito.[135]

L'impero timuride al momento della sua massima estensione, coincisa con la morte di Tamerlano

Nel resto del mondo, comunque, la fama del conquistatore asiatico si era già diffusa e, soprattutto dopo la battaglia di Angora, nacque una vera e propria tradizione letteraria tesa a glorificare il personaggio.[174] Nei suoi scritti, l'intellettuale maghrebino Ibn Khaldūn riconosce all'emiro di aver unificato il mondo musulmano, impresa non riuscita ad altri governanti dell'epoca della stessa fede.[175] Una rivisitazione moderna avvenne anche in epoca sovietica, quando Iosif Stalin incoraggiò la propaganda nazionale a rivisitare l'immagine di Tamerlano, considerato spesso fino ad allora un bieco distruttore di città.[156]

Quanto alla strategia dello sterminio adottata dall'emiro, la tattica assunse una portata talmente ricorrente che in Occidente si guadagnò il triste soprannome di "signore del terrore".[176] La mancata resa degli assediati o la costituzione di spontanei movimenti di resistenza nati posteriormente alla conquista venivano punite senza misericordia, sovente con raccapriccianti piramidi di teste mozzate e devastazione totale dei sistemi di irrigazione e delle campagne. Oltre allo scopo terroristico-militare di questi eccidi, vi era anche indubbiamente l'odio atavico che i nomadi delle steppe (turan) covavano verso le civiltà dei popoli coltivatori e urbanizzati (iran) delle regioni meridionali.[177] Le stragi delle popolazioni (stimate da alcuni studi demografici fino a 17 milioni di vittime fra civili e militari, circa il 5% della popolazione mondiale allora esistente) hanno un confronto solo con le precedenti invasioni mongole di Gengis Khan.[178] Tamerlano fu infine responsabile della quasi totale scomparsa della Chiesa d'Oriente, che prima raggruppava molti fedeli a sé e che all'inizio del XV secolo appariva esclusivamente confinata in un'area geografica chiamata "triangolo assiro".[179]

Note

Esplicative
  1. 1 2 Il nome Timur (in chagatai تیمور, Temür) vuol dire "ferro", mentre la variante occidentale "Tamerlano" nasce dall'espressione in persiano تیمور لنگ, Timur-e lang o Tīmūr Lang, ossia Timur lo Zoppo. È noto anche come "Temurbeg", derivante da "Temur Bek" (in tataro: бөх, ovvero "signore": Spinelli (2004), p. 326.
  2. La zona era nota in arabo come Mā warāʾ al-Nahr, ossia "Ciò che sta al di là del fiume Oxus", oggi chiamato Amu Darya: Clifford Edmund Bosworth, Mā warāʾ al-Nahr, su Encyclopaedia Iranica, iranicaonline.org. URL consultato il 2 febbraio 2025.
  3. La veridicità della sua zoppia resta oggetto del mistero. Secondo alcuni, egli sarebbe stato ferito con due frecce mentre stava compiendo abigeato in giovane età. Franco Cardini è apparso molto scettico sul tema, affermando che l'evento sembrerebbe alludere «a un fatto iniziatico», quasi una sorta di ponte che lo avrebbe condotto dalla sua «giovinezza inconfessabile» alla piena maturità personale: Cardini (2007), p. 34.
  4. È fondamentale ricordare che, non essendo discendente diretto di Gengis Khan, Tamerlano non poteva fregiarsi del titolo di "khan", ragion per cui adottò quello di emiro, ovvero di principe: Cardini (2007), p. 36.
  5. Non vi è armonia da parte degli storici su questo punto. Benché egli di certo viaggiò in continuazione, spesso perché impegnato nelle sue campagne espansionistiche, vi è chi ritiene che nei fatti molte tradizioni delle tribù turco-mongole fossero via via scomparse con il tempo, tra cui proprio la consuetudine di non individuare una capitale fissa. Di tale avviso risultano Cardini (2007), p. 36 e Manz (1999), pp. 57-58.
  6. L'affermazione secondo cui Tamerlano si fosse addirittura convertito alla variante islamica dello sciismo è considerata priva di prove. Tuttavia, di certo l'emiro rimase affascinato dalla personalità di Khwāja ʿAlī, incontrato nei sobborghi di Nishapur. Le fonti riferiscono che il loro incontro si svolse nella seguente maniera:
    «Quando Khwāja 'Alī gli fu indicato come uno sciita, [Timur] lo interrogò sulla sua dottrina (mazhhab) e sul suo credo (mu'taqad). Egli rispose [in arabo]: «Gli uomini seguono la fede dei loro re, ovvero il popolo si adegua alla fede dei sovrani. La mia dottrina è il rito del Signore delle Congiunzioni astrali». Questa spiegazione fu accolta bene e Khwāja 'Alī venne lodato. [Tamerlano] rispose: «Come ha detto il Profeta – su di lui la pace e il saluto! – Chi si separa dalla sunna non pretenda la mia intercessione e altrove ha detto sia benvoluta la comunità!, e siccome io voglio unire i [nostri] due regni ne ricaverò un popolo sunnita e un'unica comunità».»
  7. Benché venga solitamente definita come "campagna dei sette anni" e nonostante fosse stata effettivamente la più lunga di Tamerlano, questa durò in realtà meno tempo. La definizione enfatica si deve alle fonti timuridi: Bernardini (2022), p. 339.
  8. Termine spregiativo sunnita per indicare uno sciita.
  9. Fu Uluğ Bek, in segno di venerazione per il nonno, a far venire dalla Mongolia l'enorme blocco di giada verde che divenne la tomba di Tamerlano, ancora visibile nel mausoleo Gur-e Amir a Samarcanda.
Bibliografiche
  1. Vedi: Roux, Jean-Paul, Tamerlano, p. 123.
  2. 1 2 Bernardini (2022), p. 25.
  3. 1 2 3 Spinelli (2004), p. 326.
  4. 1 2 3 Bernardini (2022), p. 18.
  5. 1 2 Grousset (1970), p. 409.
  6. Marozzi (2012), p. 10.
  7. 1 2 3 Bernardini (2022), p. 20.
  8. 1 2 3 Cardini (2007), p. 33.
  9. Bernardini (2022), p. 22.
  10. Bernardini (2022), p. 21.
  11. 1 2 Bernardini (2022), p. 19.
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  13. Marozzi (2012), p. 25.
  14. Cardini (2007), p. 34.
  15. 1 2 Bernardini (2022), p. 38.
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  19. 1 2 3 4 Grousset (1970), p. 412.
  20. Cardini (2007), p. 36.
  21. Marozzi (2012), pp. 33-34.
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  23. Bernardini (2022), pp. 41-42.
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  27. Bernardini (2022), pp. 41-43.
  28. 1 2 3 4 5 6 7 Cardini (2007), p. 37.
  29. 1 2 Manz (1999), pp. 57-58.
  30. 1 2 Grousset (1970), p. 415.
  31. 1 2 Marozzi (2012), p. 36.
  32. Bernardini (2022), pp. 19, 43.
  33. Bernardini (2022), p. 46.
    «In quanto capo turco-mongolo o forse mongolo turchizzato, Timur aveva un serio problema a imporre il proprio carisma innanzi ai suoi pari.»
  34. 1 2 3 4 Bernardini (2022), p. 44.
  35. 1 2 Manz (1999), p. 109.
  36. Bernardini (2022), p. 42.
  37. Grousset (1970), p. 416.
  38. 1 2 3 4 5 Grousset (1970), p. 421.
  39. 1 2 Marozzi (2012), p. 56.
  40. Bernardini (2022), p. 51.
  41. Bernardini (2022), pp. 47-48.
  42. Bernardini (2022), p. 47.
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  46. Bernardini (2022), p. 54.
  47. Bernardini (2022), pp. 54-55.
  48. Marozzi (2012), p. 70.
  49. Bernardini (2022), p. 55.
  50. Bernardini (2022), pp. 56-57.
  51. 1 2 Cardini (2007), p. 42.
  52. Bernardini (2022), p. 60.
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  61. Bernardini (2022), pp. 73-74.
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    «Tamerlano impressionò [Ibn Khaldūn] per il suo grado di conoscenza della storia dei tartari, degli arabi e dei persiani.»
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Bibliografia

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