Giuseppe Pitrè

Giuseppe Pitrè

Giuseppe Pitrè o Pitré (1841 – 1916), scrittore, medico e antropologo italiano.

Citazioni di Giuseppe Pitrè

  • Il cicisbeo era sempre in pieno esercizio in molte case signorili, in quelle specialmente dove la cascaggine degli zerbinotti e le smancerie dei ganimedi si credevano così innocue da limitarsi a leziosi inchini, e, tutt'al più, a languide occhiate. Se qualche puritano ne faceva le meraviglie, c'erano i non puritani, persone di mondo, che trovavano opportuno lasciar fare.
    Alla fin fine, che cosa e il cicisbeo se non un cavaliere della galanteria, che volontariamente si rassegna ai capricci d'una bella o duna brutta dama? Come ellera all'albero, così egli si attacca a lei; né l'abbandona mai quando ella esce per la messa, per le prediche, per le passeggiate; quando va al giuoco, ai ricevimenti, agli spettacoli. Ella non sa far nulla senza l'amico, e se deve vestirsi non manca dell'aiuto di lui, sollecito a legarle le scarpine, e ad affibbiarle o sfibbiarle le vesti.[1]
  • [Su Pietro Fullone] Il Fullone del popolo è un facilissimo improvvisatore, che manifesta in un verso solo ogni suo giudizio ed esaurisce in un'ottava interi concetti; l'altro un poeta di riflessione, che conosce e adopera come ogni altro letterato la forma nobile e dignitosa.[2]
  • La credenza del lupo mannaro è comunissima in Sicilia, e non v'è città o paesello che non parli di quest'essere soprannaturale e quasi misterioso.[3]
  • [...] più gradito di qualunque altro cibo carnevalesco è il cannòlu, boccone ghiotto di popolani, di borghesi e di nobili, desiderato da poveri e da ricchi. Il cannòlu è un cialdone pieno, una pasta dolciastra fritta e tenerissima, accartocciata a forma di grosso cannello o bocciuolo, che si riempie di una squisita crema di latte, zucchero o giulebbe, cioccolata, pistacchio ed altri simili ingredienti. Senza il cannòlu che cosa è il banchetto carnevalesco se non un mangiar senza bere, un murare a secco, lo stare al buio in una conversazione? [...] Il cannolo è l'ultima portata, è la corona del pranzo carnevalesco.[4]
  • [A Francesco Paolo Frontini] Tra gli artisti e compositori dell'Isola voi siete, se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la bellezza e la grazia delle melodie del popolo. Pur componendone di belle e di graziose, Voi sapete apprezzare queste vaghe e dolci reliquie d'un passato che non ebbe storia, e serbate a durevole monumento, delle note piene di sentimento squisito e di candore verginale. Altri non penserà neppure a ringraziarvi dell'opera patriottica da voi compiuta; io Vi ammiro. Parole, sentite e quasi solenni.[5]

Profili biografici di contemporanei italiani

  • L'Aleardi come poeta occupa un posto ben meritato nella lirica italiana; egli non rassomiglia ad altri che a sé stesso ed ha una scuola tutta propria.
    Nei suoi versi, che sempre sono l'espressione del cuore, ha mostrato tanta fiducia che nessuno potrebbe averla maggiore. Si direbbe di lui quello che fu detto del Giovenale Pesciatino, il quale «elevando la fede nella virtù, volle elevare gli uomini al culto dei nobili affetti e delle opere generose.» Virile e robusto com'è nella forma, colorito nelle immagini, non è però sempre nuovo e determinato nei suoi concetti, e talvolta pare riesca artificioso e spesso ritraente l'indole e la natura del seicento. (p. 10)
  • L'Aleardi per ridurre il tutto in poco, ha molto amato la poesia, la natura, gli uomini; ha molto patito per la causa della libertà; desidera il bene di tutti, e spera di morire netto di cupidigia e di altre viltà. L'Italia l'annovera tra' suoi più benemeriti figli. (pp. 10-11)
  • Uomo severo e quant'altri mai fedelissimo custode della dignità della vita che ha menato modesta e frugale per mantener libera, il Bianchetti ha rinunziato ad ogni spettacolo per attendere nella sua romita stanza di Treviso ai dolci suoi studi e tenersi lontano dai rumori del mondo. Il Consiglio Comunale di quella città elegendolo presidente della pubblica biblioteca provvedeva alla sua onorata sussistenza, ed innalzandogli un marmo, gli attestava la profonda gratitudine dei Trevisani. (p. 14)
  • Il desiderio dei viaggi non fu l'ultimo ad affacciarsi nel cuore del nostro Borghesi; e lasciata la patria, corse l'Italia tutta, visitando musei, archivi, biblioteche, raccogliendo medaglie, libri, manoscritti ed entrando in corrispondenza col fiore degli scienziati del suo tempo. Roma, Milano, Torino, Firenze, Napoli e parecchie altre cospicue città dalla penisola lo videro più volte. Ma nel 1821 mal soffrendo il Borghesi le agitazioni politiche, né si affacendo colla sua natura placida e quieta il rumore del mondo ritirar si vedea nella Repubblica di S. Marino, tenendosi occulto alle scienze per più di venti anni, nello studio della scomposta e disperala tela dei fasti della Romana Repubblica e dell'Impero. (p. 16)
  • In S. Marino, e propriamente sull'alto monte Titano Bartolomeo Borghesi, vero solitario della scienza, fissò l'attenzione di tutti i dotti d'Europa, i quali fecero a gara per portargli da ogni dove materie e documenti per la continuazione dei suoi nuovi frammenti di fasti consolari capitolini illustrati, opera immensa, arricchita di monografie e di iscrizioni che gettano la più viva luce sopra molte epoche sconosciute della Storia Romana. Su quel monte, l'illustre Savignanese cominciò la sua estesissima corrispondenza coi primi numismatici della Francia, della Germania e di Europa tutta, e là ancora si vide circondato da allievi che da ogni parte convenivano a lui, e ripartivano col mandato di divulgare la scienza. Tutti gli si vantavano discepoli e tra essi l'epigrafista danese Olao Kelermann, Mommsen, Hengen, des Vergers e il Renier i quali tenevano alla lor volta cattedra in Germania e in Francia. (pp. 16-17)
  • [Bartolomeo Borghesi] Questo rinomato ed insigne scrittore che tutti estimano a buon diritto il più grande archeologo dei tempi moderni, diede in moltissimi fogli d'Europa un'infinità di articoli di una critica impareggiabile, i quali riuniti in tanti volumi verrebbero per metà a formare il gran Corpus Universale inscriptionum latinarum che il Borghesi ebbe incarico di raccogliere e pel quale vari governi d'Europa gli diedero incoramenti, ma, a dir vero, pochissimi aiuti. (p. 17)
  • Gl'insulti scagliati dal Bresciani contro il partito garibaldino e repubblicano segnatamente, sono indegni di un uomo e più di un sacerdote, che si vuole ministro di pace e di mansuetudine, ed hanno perciò provocata l'ira di quanti amano di vero amore la patria. Il P. Bresciani da sé solo ha fatto più male all'Italia che non i più acerbi ed accaniti nemici di lei; imperocché quel suo incantevole modo di scrivere e quel vestire di una forma quasi divina le più nere menzogne, alletta, infiamma e trascina nello errore i poco accorti leggitori. (p. 23)
  • [Antonio Bresciani] Se la penna di questo gesuita si fosse mostrata vera figlia d'Italia, difendendo una causa giusta, senza deridere la sventura, o, se per lo meno si fosse occupata meno della politica che delle lettere, essa rifulgerebbe di viva luce. (p. 24)
  • Come scrittore di Storie il Cantù ha due requisiti: il senno storico nel giudicare, la fantasia storica nel rappresentare. Egli afferra il vero spirito di un'epoca, lo deduce dai fatti particolari e lo esprime in una forma rettamente pensata e spesso arguta; non inventa il passato, ma lo cerca con paziente studio e lo spiega quale lo concepisce; bellamente giunge l'evidenza del vero, ma talvolta non riesce preciso, determinato, compiuto, ché anzi lascia sempre qualcosa ad aspettare; nei suoi giudizi è severo, onde ben si appose chi disse che il Cantù ammira e discute, ma non è mai l'idolatra del suo eroe. (p. 31)
  • [Giulio Carcano] A 23 anni pubblicò un episodio patrio col titolo di Ida della Torre, dove risplende vigoria, purezza e castità di stile, senza tener conto dell'affetto, della storia e dei principî nell'arte, che sono maestrevolmente trattati. In quest'episodio vi fu chi desiderò maggiore ispirazione e potenza poetica, più connessione nel racconto, più particolarità nella pittura dei caratteri e minor prolissità nelle descrizioni della natura. (p. 34)
  • Il Gioberti apprezzò grandemente l'ingegno del Centofanti e nelle sue opere ricordollo con grande onore. Un giorno in cui il filosofo torinese percorrendo trionfalmente la Toscana riposava a Pisa, e il popolo accalcato sotto il suo albergo lo chiamava incessantemente alla ringhiera, egli conducendo per mano il Centofanti fuori il balcone, gridava: viva Silvestro Centofanti, onore e gloria della filosofia e della eloquenza italiana. (pp. 54-55)
  • [Eugenio de Riso] Giunto a Parigi si volse tutto agli studi; e confortato dal Gioberti e dal La Mennais, mise mano a un'opera nella quale tolse a dimostrare che la civiltà presente non è che lo svolgimento dell'antica civiltà latina; e che come questa fondavasi sul principio assoluto di proprietà individuale, inviolabile e libera, cosi quella non possa avere altro fondamento che la proprietà medesima cogli stessi requisiti, perfezionati dal progresso del tempo. (p. 63)
  • Il Marmocchi coi suoi molti e svariati lavori elevò la geografia a scienza ed a storia: egli seppe uscire dalla comune schiera e scrisse così altamente e nobilmente di quel ramo di scienze naturali che vinse a parere di chi di simili materie è giudice competente, lo stesso Adriano Balbi. Il geografo Toscano esaminò i costumi, le religioni, la politica, il commercio, le forme di governo e i principali monumenti di scienze, lettere e arti dei vari popoli e degli abitanti la terra; e sono così assennate le sue considerazioni, che tante opere chiare per ogni rispetto, valsero ad assicurargli «il primo posto fra i geografi italiani ed uno dei più segnalati nel mondo scientifico.» (p. 80)
  • Francesco Marmocchi [...] oltre di essersi reso benemerito dell'Italia colle opere dell'ingegno, che ebbe forte e robusto, è degno di ricordanza pei principi da lui professati in ogni tempo, per la parte che ebbe negli eventi che si svolsero in Italia, e per le catture politiche da lui sofferte. Giovane ardentissimo, pieno di odio per qualunque servitù, come per qualunque tirannide, desiderava al pari d'ogni altro buoni italiano di veder libera questa diletta patria. (p. 81)
  • Nelle sue principali opere Alessio Narbone diè prova di zelo impareggiabile, di somma perseveranza e di erudizione quasi enciclopedica da trovar paragone in quella del Mongitore (parliamo di Siciliani). Se non che non sempre diè a divedere retto giudizio quando d'ogni cosa facendo fascio confondeva grandi ingegni e scrittorucci da gazzetta, opere insigni e carte imbrattate d'inchiostro, e quando con poco sano criterio affogava in un mare di erudizione i suoi lettori. (p. 90)
  • [...] nessuno oserà negare al Narbone profonda conoscenza della latina letteratura e della siciliana, e pazienza ineffabile nell'andare raccogliendo per le pubbliche e private biblioteche tutti i documenti dei quali arricchì le sue opere, lavoro ingrato e fastidioso che avrebbe sgomentito ogni altro più pertinace ingegno. (p. 90)
  • Il Narbone fu professore per più di quarant'anni, e il suo particolare zelo gli procacciò la stima di quei giovani pei quali non risparmiò a cure assidue e a sagrifici d'ogni maniera. Delle sue opinioni politiche non ne facciamo gran conto: chi appartiene a quella compagnia non può desiderare la prosperità della patria e tanto più la sua libertà; il Narbone come rara eccezione, forse preoccupato dai suoi studî, non tolse sopra di sé gli impacci politici dei suoi confratelli. I Siciliani che non si credono a nessuno secondi nell'onorare i loro concittadini, solo perché gesuita, hanno dimenticato il Narbone. Ormai è tempo che si rendesse piena sebbene postuma giustizia alla memoria di tant'uomo!... (p. 91)
  • Il Vannucci vive tranquillo lungi da ogni e qualunque fazione. Non chiese mai, non chiede nulla a nessuno. La sola cosa a cui aspiri con tutto l'ardore dell'anima è di vivere tanto da vedere questa diletta Italia ridotta in una sola famiglia libera e indipendente, senza croati e senza tiranni, e padrona di credere e governarsi come vorrà. (p. 153)
  • [Valerio Villareale] Egli è per avventura il più grande scultore di cui nell'età moderna possa andar superba la Sicilia. Uomo di un estro portentoso ma di un gusto raffinatissimo, seppe tanto alto levarsi che gli artisti suoi contemporanei poterono appena seguirlo da lontano. (p. 160)
  • [Valerio Villareale] Il classicismo vanta in lui uno dei più sviscerati cultori, e il Canova, ci si perdoni la frase, la sua lancia spezzata [...]. (p. 160)
  • [...] se il Villareale non seppe dare una spinta all'arte, come con tanto senno e maestria fece il Bartolini, non segui pedantescamente le orme dell'immortal Possagnese, quando si mise ad ereditare da lui il ben inteso studio delle greche sculture. Senzaché avesse dato alle opere sue quelle forme estremamente rotondeggianti che sono dote tutta particolare del Canoviano scalpello, il Villareale si attenne più alla natura e al vero: ciò che fu merito sommo per lui che, vivendo in un secolo di decadenza dell'arte ebbe l'abilità di cooperare alla sua restaurazione, col rimettere in onore l'antico grecismo il quale, dopo d'avere informato il divin Michelangiolo, fu messo da canto per dar luogo al barocchismo e ai deliri del seicento. (p. 160)
  • [Ferdinando Zannetti] Avvenuta la restaurazione fu uno dei pochi i quali, sdegnati contro la nuova tirannide e gli oppressori della giustizia e della ragion di libertà, si deponessero dalla carica, e protestassero contro l'invasione degli austriaci in Toscana. Quando Leopoldo II a titolo di gratitudine conferì le insegne del merito di S. Giuseppe a quanti gli si erano conservati fedeli nell'avversa fortuna, egli sentendosi come contaminato da una onorificenza che gli fosse comune col D'Aspre, col Laugier e col Radetzky, si spogliava tosto delle decorazioni ricevute l'anno avanti qual benemerito della patria, e unitamente al dottor Barellai, rimandavale al Granduca: per tal atto era rimosso dalla cattedra, e diventava segno alle più abbiette persecuzioni del Governo. (pp. 164-165)
  • Nel 1862, quando Garibaldi ferito veniva trasportato al Varignano[6], il Zannetti, appena richiesto, accorreva a prestar le sue forze e il suo sapere alla cura di quel grande. Faceva parte di tutti i consulti medici tenuti al Varignano, alla Spezia e a Pisa ed il giorno 22 novembre estraeva egli stesso la palla incuneata nell'estremità inferiore della tibia, con una semplice pinzetta a medicatura. (pp. 165-166)
  • Uomo onesto, integerrimo, filantropo, Ferdinando Zannetti può andar lieto della universale stima e simpatia. L'opera sua come medico e chirurgo è dispensata ai poveri con sentita e cristiana carità. La sua casa è aperta ogni giorno, e in tutte l'ore agli ammalati che riceve, cura e spesso soccorre gratuitamente, talvolta anche a scapito della sua salute e del suo interesse. (p. 167)
  • Mordini, come tutti gli uomini di provato patriottismo, è stato segno a vili ed ignobili calunnie. Vi fu chi osò scrivere ch'egli era per impazzar dalla gioia nel sentirsi nominare ministro nel Governo provvisorio, e che la sua amministrazione non era che una scuola di licenza e di obbrobriosa vanità. A noi sembra in vero cosa superflua il difendere qui il Mordini da cosi bassi attacchi. Il suo nome è oramai caro agli Italiani i quali riconoscono in lui uno dei più ardenti propugnatori dei sacri diritti della patria. (pp. 180-181)
  • Quando si sparse la nuova della miracolosa entrata di Garibaldi in Palermo, Antonio Mordini partì per la Sicilia; solo e sotto nome finto sbarcò a Messina, ch'era tuttavia in potere dei borboniani, e traversando l'isola, raggiunse a Palermo il Dittatore [Garibaldi]. Egli fu immediatamente[7] nominato col grado di colonnello, Presidente del Consiglio di Guerra, poi Auditor Generale dell'esercito meridionale; il dì 16 settembre accompagnò da Napoli a Palermo il Dittatore; il dì appresso fu nominato Prodittatore in Sicilia.
    Nell'assumere sì grave incarico egli seppe con senno politico, e sentito il patriottismo, acquistarsi la simpatia della popolazione, e il dì 19 ottobre 1860 il Consiglio Comunale di Palermo gli conferì ad unanime voto la cittadinanza. Nullameno si rimproverarono al Mordini alcuni errori, tra' quali una soverchia facilità nel largire gl'impieghi; facilità da rimproverar meglio, crediamo, a qualcuno dei suoi consiglieri. (pp. 181-182)
  • [Giuseppe Ricciardi] Eletto nel 1861 deputato al Parlamento [italiano], egli prese il posto nell'estrema sinistra. Ha insistito più volte per la traslocazione a Napoli della capitale provvisoria d'Italia. Ciò ha spiaciuto a molti, e gli stessi suoi colleghi della sinistra non son mica tutti d'accordo con lui su tal riguardo. Nullameno nessuno ha osato accusare il Ricciardi di municipalismo; tutti conoscono le sue idee eminentemente unitarie. Egli appartiene a quel numero di uomini, nei quali è vecchia la fede unitaria, e che furono tacciati un tempo di utopisti da molti di quegli stessi che oggi siedono alla destra, e che si chiamano unitari. (pp. 188-189)

Nuovi profili biografici di contemporanei italiani

  • Come giornalista può il Bonghi essere stato poco simpatico a' retrogradi lettori del Nazionale, da lui andato a fondare in Napoli prima che Garibaldi passasse sul Continente, per promuovere l'unità d'Italia ed aspettare la caduta del Borbone. Può esserlo stato agli oppositori della Stampa da lui diretta in Milano dal 1862 alla fine del 1864; come forse lo è a quelli della Perseveranza, giornale che da un anno animosamente dirige. Ma come grecista e come letterato non sappiamo chi possa dirne male o contrastarne i meriti non pochi. (p. 21)
  • La Vita e i tempi di Valentino Pasini (Firenze, Barbera 1867) è l'ultimo libro di grossa mole dato in luce dal Bonghi, cui se osservazione alcuna potesse farsi non andrebbe taciuto che lo avere speso tante pagine per un personaggio che non è stato poi il più significante di questo secolo scema ad esse quel merito che intrinsecamente hanno e che darebbero a divedere se consacrate ad uomo più universalmente conosciuto, se non più degnamente apprezzato. Ciò nulla di meno, tale qual'è, la narrazione del Bonghi si fa leggere e gustare. È la storia veneta di questi ultimi trent'anni, vivace, caustica, spigliata amenamente scritta. I documenti ne sono d'un valore inestimabile, senza che per altro nell'aridità traducano la materia, non lontana forse come monografia, dal ritrarre i pregi e i difetti di questo genere di componimenti. Le cose d'Italia vi sono guardate dall'altezza non saputa raggiungere da certi pubblicisti d'oggi; e qualche ritratto di uomo più o meno politico mette in pensiero chi legge con particolare interesse. (p. 23)
  • Certo che se il Bonghi vedesse le cose nostre coll'occhio onde le vedono tanti altri, maggiore sarebbe la simpatia che godrebbe appo i liberali che a raggiungere la completa indipendenza della Penisola da lui proclamata e difesa mezzi differenti vorrebbero adoperati. (p. 24)
  • Guglielmo Gasparrini parve fatto per le scienze naturali, impercioché cosi vi si sentisse trasportato, e con tale ardore vi attendesse che, molto prima di toccare il quarto lustro di sua età, conseguì laurea di medicina veterenaria (1823); non senza aver sofferto, causa la partecipazione a' rivolgimenti del 1820, le molestie della polizia borbonica [...]. (p. 70)
  • I lavori del Gasparrini [...] rivelano il loro carattere della profondità, trasfusovi dallo ingegno del loro autore e dal lavoro diuturno e costante, figlio della profonda convinzione del vero e del genio. Ei non consacrava mai meno di cinque ore al giorno al microscopio: ed in quasi tutt'i giorni di sua vita. (p. 72)
  • Passeggiando pe' corsi più popolati di Roma, accade talvolta d'imbattersi in un vecchio dalla larga e spaziosa fronte, da' bianchi capelli, dagli occhi pieni d'amore il quale, paralizzato del lato destro, in compagnia d'una bambina, tratto tratto si fermi quando di fronte ad uno di quegli eterni monumenti, quando dinnanzi ad uno spaccio di fotografie a contemplare con estasi le copie de' capolavori antichi e moderni. Quel vecchio è oggi una gloria delle arti europee; che col Calamatta, altra gloria vivente, e col Mancion suoi contemporanei, concittadini, e forse condiscepoli, mantiene a Roma sopra ogni altra città il primato della incisione; è il cittadino onesto a tutta pruova, il maestro affettuoso, l'ottimo padre di famiglia, Paolo Mercuri. (p. 112)
  • [Il ritratto di padre da Capistrano, generale dell'Ordine dei frati minori] Pregevolissima com'è, questa incisione rivela pienamente l'arte del Mercuri che, stanco di vedere la meccanica incisione de' Volpato e de' Morghen, volle scuotere il letargo e riunire i pregi di Marcantonio e di Alberto Duro[8]; laonde non più tagli metodici, non più convenzione, non più contorni arcuati e andanti, non più il macchinismo onde si era stati vittima, bensì arte nobile e degna di questo nome; e Mercuri col suo bulino ha disegnato con rara purezza e ricercatezza di forma; i suoi cartoni vengono dappertutto studiati come quelli che sono veri nervosi, se pur regge il vocabolo per indicare l'opposto del floscio e dell'insipido.
    Ecco adunque manifestarsi quel Mercuri che divenne più tardi il vero riformatore dell'incisione, l'artista felicemente eclettico , che ha saputo maravigliosamente riunire i pregi di tutti e formare un'arte tutta sua, talmente originale che direbbesi quasi inimitabile. (p. 113)

Citazioni su Giuseppe Pitrè

  • Anche i palermitani non si sono mai considerati abitanti di una città. Giuseppe Pitrè nel 1904, in Palermo cento e più anni fa, avendo colto questo, scriveva che Palermo era divisa in tanti quartieri, tutti fortemente caratterizzati; ognuno aveva il suo stemma, la sua santa patrona, prediligeva certe attività, esprimeva un certo comportamento; inoltre, in questi quartieri-paese era presente un campanilismo accentuato che sfociava spesso in violente risse. (Lillo Gullo e Tano Gullo)
  • Il Pitrè rimase legato e come rapito nello studio dell'anima popolare. E la memoria portentosa gli si venne a ora a ora popolando delle vive immagini della vita, in cui cotesta anima si riversa, pronte a risorgere nella fantasia, palpitanti della loro vita primitiva, oggetto di estetica contemplazione anzi che di analisi storica e di giudizio. Chi ha letto il suo studio sugli Esseri soprannaturali e maravigliosi nelle credenze popolari siciliane, ricorderà il vivo ritratto che vi si fa dello strano e pur tanto caratteristico culto per «le anime dei corpi decollati», ossia dei giustiziati, che diventano genii benefici, autori dei più generosi prodigi, e ricevono perciò preghiere di divoti, offerte ed ex-voto; e chiese speciali sono loro dedicate. (Giovanni Gentile)
  • Uno dei più belli studi del Pitrè è quello su Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia, pubblicato la prima volta nella Romania; nel quale l'interesse storico e scientifico derivante dalla novità e copia delle notizie è singolarmente accresciuto dalla vivezza drammatica della vita popolare, in cui il Pitrè raccolse con laboriose indagini il suo materiale: in guisa che le tradizioni ci vengono rappresentate nel vivo contorno spirituale, nel quale esse fioriscono da secoli e si perpetuano; e quel teatro delle marionette (o opra di li pupi, come lo dice il popolo di Sicilia), spregiato come luogo e spettacolo plebeo dai signori di Palermo, si illumina nelle pagine del Pitrè di una luce poetica. E in mezzo alla più schietta commozione di simpatia spunta appena qua e là un lieve e discreto accenno di umorismo. (Giovanni Gentile)

Giuseppe Cocchiara

  • Convinto che il popolo non è né un mito né una chimera, perché esso è fatto di uomini che soffrono e che creano, di ingegni elementari ed ingenui ma poetici, il Pitrè, per la raccolta stessa del suo materiale, doveva necessariamente rivolgere il suo sguardo allo studio del dialetto. Gli aveva scritto il Müller che le novelle vanno raccolte con le ipsissima verba del narratore. E nel Müller c'era evidentemente una preoccupazione, peraltro giustificatissima, di carattere filologico. Ma il Pitrè, pur avendo questa preoccupazione, non cercò pure di affrontare il problema estetico del linguaggio dialettale? E quale fu il metodo che egli seguì nella trascrizione dei testi?
    Nella prima edizione dei Canti popolari egli non si pone ancora, con la dovuta chiarezza, questo problema, tanto è vero, e lo afferma egli stesso nella seconda edizione "la grafia allora non tutta esatta è adesso mirabilmente migliorata conformente ai caratteri delle singole parlate per quanto queste siano rappresentabili con l'alfabeto ordinario". Ma, nel periodo che va dalla prima edizione dei Canti alla pubblicazione delle Fiabe, la grafia del dialetto, o meglio delle varie parlate siciliane, costituì per lui, autodidatta com'era, un impegno che egli assunse con sé stesso.
  • Destinata soprattutto ad illustrare la storia della sua isola, l'opera del Pitrè è stata ed è spesso giudicata di un valore e di un significato limiti ai luoghi ove lo studioso visse ed operò. Sta di fatto che il Pitrè appartiene alla schiera di quegli Italiani (Bartoli, Carducci, D'Ancona, Comparetti, Rajna, Nigra ecc.) i quali seppero creare un movimento di studi che come è stato ben osservato "non aveva nulla di arbitrario, di occasionale, di regionale o municipalistico" ma che, anzi, si richiamava "a una comune missione nazionale ed europea". Era, precisamente, "tutta la filosofia del romanticismo che maturava in questo loro atteggiamento e in questi loro propositi nuovi di studi" [9].
  • Nessun'altra professione [...] era più adatta di quella del medico per conciliare le esigenze della sua vita materiale con la spirituale. Il medico è il confessore dei suoi pazienti. A lui si schiudono le porte delle case, si aprono le anime, si avvicinano i cuori. E al Pitrè interessava appunto questo contatto; con le anime, questo incontro con i cuori. Non ci fu casa, a Palermo o in provincia, da dove egli non sia uscito con un appunto riguardante la vita del popolo.
    Nella professione di medico, il Pitrè rivelò un vivo senso di responsabilità e una vigile coscienza di studioso.

Note

  1. Da Palermo nel Settecento], Remo Sandron - Editore, 1916, cap. XIV, pp. 263-264.
  2. Da Studi di poesia popolare (III vol. della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane), citato in Petru Fudduni, Puisì e Cuntrasti in Sicilianu, Illustrazioni di Mario Viola, Antares Editrice, Palermo, 1995, p. 10.
  3. Da Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. IV, G. Barbèra Editore, Firenze, 1952, p. 239.
  4. Da Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano: raccolti e descritti da Giuseppe Pitrè, vol. I, Libreria Pedone Lauriel, Palermo, 1889, p. 77.
  5. Citato in .
  6. Nell'ospedale della fortezza di Varignano, fu ospitato, nel 1862, Giuseppe Garibaldi ferito nello scontro con l'esercito piemontese all'Aspromonte.
  7. Nel testo "immediatatamente".
  8. Italianizzazione di Albrecht Dürer.
  9. L. Russo, Ritratti e disegni storici dal Machiavelli al Carducci, Bari, 1937, p. 399. [N.d.A.]

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